La settimana della giustizia, ovvero come si sopravvive fino a settembre

di Arrigo Abalti · Agosto 2, 2026

Politica e magistratura, un braccio di ferro che non finisce mai

 

Prima che scoppiasse il caso dei migranti marocchini che hanno invaso per un giorno l’enclave spagnola di Ceuta in Africa, provocando la reazione isterica del governo italiano di sospendere il trattato di Schengen che già non si applica a quei territori, i provvedimenti riguardanti la giustizia erano stati protagonisti della settimana parlamentare. Parleremo di questi, e della subalternità della politica alla magistratura, seguendo le sagge parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di lasciar perdere la propaganda elettorale.

Cominciamo dalla buona notizia, che in Italia è sempre una notizia da maneggiare con guanti. È legge: i tossicodipendenti detenuti con condanne fino a otto anni potranno uscire dal carcere ed entrare in comunità. Le risorse sono poche, pochissime, basteranno per qualche centinaio di persone. Ma da un centrodestra che alle droghe ha sempre risposto con l’unico verbo che conosce — reprimere — questo è un passo avanti enorme. Enorme e minuscolo insieme, che è la specialità della casa.

Del resto le carceri sono piene e, insieme, bucate. Sovraffollate e colabrodo. Dentro entra tutto: la droga, i telefonini. Lo ha denunciato il procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia. Si entra difficilmente e ci si comunica facilmente. Il responsabile di questo doppio prodigio ha un nome e un ministero: Carlo Nordio, Guardasigilli.

Nordio, in questi giorni, è tornato al centro del caso Almasri, il trafficante libico. La sua difesa fu di quelle che si ricordano: doveva leggere le carte, tradurle, valutarle. Aveva bisogno di tempo. Il tempo, in effetti, se l’è preso. La Corte costituzionale ha stabilito che quel diritto non ce l’aveva, che la richiesta d’arresto della Corte penale internazionale andava trasmessa subito alla Procura generale. Nordio ha obbedito. Dopo un anno e mezzo. Nel frattempo Almasri, ricercato per crimini di guerra, è tornato a casa. In Libia. Con volo di Stato, che è il modo italiano di dire arrivederci.

È una figuraccia. Di quelle per cui un presidente del Consiglio non interessato a battere un record avrebbe chiesto le dimissioni. Ma il record c’è, ed è vicino: ai primi di settembre il governo di Giorgia Meloni sarà il più longevo della Repubblica. Manca poco. Si resiste. Si stringe.

E qui arriva il paradosso, il cortocircuito, la barzelletta che non fa ridere. Il primato è stato forse salvato da un magistrato. Le chat dell’ex sottosegretario Andrea Delmastro — lui non indagato, il socio della Bisteccheria d’Italia sì — dovevano essere votate dalla Camera. La maggioranza voleva negarle ai pm: scelta costosa, esito incerto. Poi il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, con mossa che tutti hanno chiamato anomala, ha scritto al presidente della Camera alla vigilia del voto. Allegando le chat.

Voto rinviato. Chat secretate in Parlamento e consegnate in Procura da Delmastro in persona. Risultato: le leggeranno i magistrati, non i deputati. La guarentigia costituzionale dell’autorizzazione della Camera — che tutela l’Organo, non l’onorevole — è stata aggirata per paura delle conseguenze sul governo. Il Parlamento si è protetto rinunciando alla propria protezione. Una pessima soluzione. Anzi: la peggiore delle soluzioni possibili, perché ha il vantaggio di non scontentare nessuno tranne le istituzioni.

Poi ci sono le altre due partite, quelle che hanno fatto tremare i partiti. Prima: il riconoscimento facciale. Le Commissioni chiamate a dare un parere su un decreto legislativo che consente alla polizia di usare, nelle indagini, le immagini delle telecamere che tappezzano le città. Opposizioni indignate. Forza Italia, che ha un bisogno cronico di distinguersi, ha chiesto correttivi. Correttivi giustissimi, peraltro, e introdotti. Domanda: dov’erano tutti quando il Parlamento ha votato la delega che autorizzava il governo a fare esattamente questo? Risposta: in Parlamento.

Seconda partita: le intercettazioni. A inizio legislatura ne era stato limitato l’uso. Poi il procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, si è lamentato: così si danneggia la lotta alla mafia. E Palazzo Chigi ha fatto marcia indietro. Un emendamento, dentro un decreto legge sull’immigrazione, per accogliere le richieste dell’antimafia. Forza Italia si è opposta — cosa che Silvio Berlusconi, che delle leggi più severe contro la mafia menava vanto, non avrebbe mai fatto. E l’emendamento si è intrecciato con quello sulle preferenze nella legge elettorale.

Che fosse estraneo al decreto era evidente, e il presidente del Senato, Ignazio La Russa, lo ha dichiarato inammissibile. Che fosse estraneo anche alla legge elettorale con cui doveva essere barattato, invece, non lo ha dichiarato nessuno. Perché il baratto, ormai, è la materia costituzionale su cui si regge la maggioranza. Nessuno si scandalizza più: si contratta.

Giorgia Meloni, prima di formare il governo, disse che non era ricattabile. Le cose sono cambiate. Ha sopportato di tutto pur di non aprire una crisi prima di settembre, quando potrà dire che il governo più lungo della storia repubblicana è il suo. Resta il dubbio se il record valesse la partita.

E soprattutto: a cosa è servita la guerra alla magistratura, se poi Parlamento e governo si fanno dettare i tempi, i voti e i rinvii proprio da quella magistratura con cui si è consumato il duello nella primavera scorsa? Si è combattuta una battaglia per l’autonomia della politica e si è finiti per consegnarla.

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