Volpe nel pollaio

di Arrigo Abalti · Luglio 17, 2026

 

Roberto Volpe di mestiere amministra la vecchiaia degli altri: presiede Uripa, l’associazione delle case di riposo venete, e dunque conosce meglio di chiunque la differenza tra chi il tempo lo spreca e chi non ne ha più da sprecare. L’altra sera, negli studi di Tva, si è messo ad amministrare anche l’imbarazzo della politica: una mozione bipartisan, ha proposto, che impegni il governo a destinare alle strutture per anziani i fondi non spesi del Pnrr. Tutto qui. È bastato.

E qui serve la spiegazione, perché il Pnrr è quella cosa di cui tutti parlano e che nessuno vuole raccontare fino in fondo. Funziona così: i miliardi europei della ripresa andavano impegnati entro il 30 giugno di quest’anno. Quelli che le amministrazioni non sono riuscite a impegnare — e sono molti — dal primo luglio sono tornati nella disponibilità dello Stato, che ora li sta riprogrammando per decreto. C’è già la fila: il fondo per le opere indifferibili, i cantieri rincarati, la coesione, il bilancio. In quella fila, gli anziani non ci sono. Non c’erano granché nemmeno nel Piano originale, a dire il vero: miliardi per le Case della Comunità, per la telemedicina, per la transizione digitale della sanità, e le briciole per la non autosufficienza, cioè per l’unico settore in cui il Veneto è certo di crescere, demograficamente parlando, da qui al giorno del giudizio. Le rette aumentano, il personale manca, le liste d’attesa si allungano (11mila solo in Veneto): questo è il contesto. Volpe ha semplicemente chiesto che gli avanzi del banchetto vadano a chi non era stato invitato.

In studio c’erano Chiara Luisetto del Pd e Manuela Lanzarin della Lega, e qui la cronaca registra il prodigio: hanno detto sì tutte e due, in diretta, senza nemmeno il conforto di una riunione di gruppo. Applausi. Ma trattenuti. Perché il prodigio contiene la sua stessa condanna: c’è voluto il presidente delle case di riposo per suggerire a un’opposizione e a una maggioranza l’idea che avrebbero dovuto partorire da sole, essendo — la non autosufficienza — il tema più annunciato, studiato, convegnato della politica veneta degli ultimi vent’anni. La politica che va in tv a farsi dettare l’agenda dal proprio ospite: ecco la fotografia. Ma questa è la politica che abbiamo e che ci fa perdonare ogni astensionista che incontriamo.

Adesso comincia la parte che conosciamo a memoria. La mozione andrà scritta, depositata, calendarizzata, votata. E siccome una mozione regionale impegna la Giunta ma non il governo, servirà che qualcuno la porti a Roma, dentro il decreto di riprogrammazione, dove si decide davvero. È qui che fioriranno le scuse, e ci permettiamo di anticiparle per comodità del lettore: “non è la sede”, “serve un passaggio in commissione”, “i fondi hanno già una destinazione vincolata”, “condividiamo lo spirito ma non lo strumento”. Il condividiamo-lo-spirito è la formula con cui in questo Paese si seppelliscono le idee altrui con tutti gli onori militari.

Vedremo. Vedremo se Luisetto e Lanzarin trasformeranno il sì televisivo in un testo con le firme, o se il prodigio evaporerà com’è arrivato, tra un gettone di presenza e l’altro. Perché il sospetto, antico, è che l’accordo bipartisan riesca benissimo finché resta un applauso e si complichi quando diventa un atto. E che certa opposizione — ma anche certa maggioranza — preferisca la versione da buvette della politica: quella in cui ci si azzuffa in aula per i comunicati stampa e poi ci si ritrova al banco, d’amore e d’accordo, sulle cose che non costano niente. Stavolta la cosa costa: una firma. Se non arriva nemmeno quella, almeno avremo imparato chi custodisce davvero gli anziani in questa regione. Uno che di cognome, non per caso, fa Volpe. E che l’altra sera ha fatto tana a tutti.

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