Il chiacchiericcio non fa campagna elettorale

di Arrigo Abalti · Luglio 13, 2025

Candidati ossessionati dai retroscena, post su Facebook al posto dei programmi, e quella tentazione tutta italiana – e anche veneta – di confondere il pettegolezzo con la politica

 

 

C’è una costante, a ogni tornata elettorale, che si ripete con la puntualità di un bollettino meteorologico: il chiacchiericcio. Quello sterile, autoreferenziale, che vive solo dentro le chat dei candidati, tra commenti sussurrati ai banchetti e schermaglie da corridoio nei gazebo della domenica. Quello che trasforma ogni campagna elettorale in una piccola serie TV di provincia, dove più che cercare voti si commentano personaggi.

Nel Veneto che si prepara alle Regionali, il fenomeno è amplificato. Non tanto per la posta in gioco — comunque alta — ma per l’aria da fine ciclo che si respira, con l’epilogo dell’era Zaia e l’inizio di un dopo che nessuno ha ancora davvero il coraggio di immaginare. Così, mentre il centrodestra litiga sottovoce e ad alta voce sul nome del candidato presidente e il centrosinistra si racconta di essere in vita, un’intera classe di aspiranti consiglieri si è rifugiata nell’unica cosa che sa fare bene: parlare degli altri.

Non parlare con gli elettori, attenzione. Non ascoltare i territori. Ma commentare, interpretare, criticare, ironizzare. I più navigati giocano al toto-candidato, come se la decisione spettasse a loro. I più giovani pensano che basti un carosello su Instagram per portare a casa una preferenza. Alcuni vivono nei retroscena: chi sta con chi, chi rompe con chi, chi sarà paracadutato e chi “se la sente calda”. Una sorta di Grande Fratello in versione politica, dove nessuno esce dalla casa ma tutti parlano come se stessero facendo la storia.

Il punto è che questa attitudine voyeristica, oltre ad essere sterile, è anche pericolosa. Perché mentre ci si perde dietro ai gossip di corridoio, là fuori c’è un Veneto che cambia. Ci sono famiglie che chiedono risposte, imprese che faticano, territori che aspettano visione. E soprattutto ci sono elettori che, in quel brusio indistinto, non sentono nulla. Nemmeno un’idea. Poi non lamentiamoci se non vanno a votare.

Una campagna elettorale non è un esercizio di narcisismo. È una sfida di rappresentanza. E si gioca su tre piani: una proposta politica chiara, una narrazione coerente, e un contatto autentico con la gente. Il resto è rumore.

Ecco perché, a chi oggi si illude che basti un post ben piazzato per scalare le classifiche, va detto con onestà brutale: i like non sono voti. La visibilità non è consenso. E il consenso non si improvvisa: si costruisce.

Il chiacchiericcio ha sempre fatto parte della politica. Ma quando il chiacchiericcio diventa la politica, il rischio è che alla fine nessuno voti più per le idee. Ma solo per il rumore.

E allora sì, vincerà chi ha saputo parlare meno di sé e più del Veneto che verrà.

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