Elezioni, elezioni

di Arrigo Abalti · Marzo 29, 2026

 

Il suo silenzio ostinato sta diventando rumoroso.
Nessuna conferenza stampa. Nessuna analisi pubblica. Solo un breve video a caldo — “accetto il risultato” — e poi il bunker. Nel frattempo, una cena con i due vicepremier per fare il punto. Ma fare il punto, quando i punti sono quelli che sono, somiglia molto a contare i cocci.
E stamattina Nando Pagnoncelli, sul Corriere della Sera, i cocci li ha contati con la precisione impietosa dei numeri. FdI perde 1,3 punti in un solo ciclo di rilevazione e scende al 26,7%. Il Pd guadagna 1,3 punti e sale al 22%. Il M5S cresce al 14,2%. Perfino Forza Italia — quella che teoricamente dovrebbe stare nell’angolo — guadagna un punto e tocca il 9,5%. Il partito della premier, che fino a poche settimane fa sfiorava il 29,4% toccando il massimo dell’anno, paga in una settimana il prezzo di una sconfitta che non si poteva chiamare sconfitta. E in politica, quando non puoi chiamare le cose col loro nome, i danni si moltiplicano.
Perché la vera notizia non è il referendum. La vera notizia è che oltre la metà degli italiani ha detto, a posteriori, di aver votato non sulla separazione delle carriere ma sul governo. Non era un giudizio tecnico sulla riforma. Era un giudizio politico su di lei. E lei ha perso.

Qui si apre il nodo che i retroscenisti di Palazzo Chigi conoscono bene ma nessuno pronuncia ad alta voce.
Una leader di destra, dal piglio decisionista, con la maggioranza che ancora regge e l’opposizione che deve ancora digerire la vittoria referendaria prima di trasformarla in proposta politica coerente — quella leader, secondo il copione classico, dovrebbe fare una cosa sola: andare al voto. Subito. Prima che il centrosinistra si organizzi, prima che i numeri di Pagnoncelli diventino una tendenza consolidata, prima che la sconfitta sul referendum si sedimenti nell’immaginario degli elettori come la fotografia definitiva di un governo in declino. Le elezioni anticipate sarebbero il contropiede perfetto: cogliere l’avversario nella confusione della vittoria, quando ancora non sa bene cosa farsene.
È quello che farebbe una Thatcher. È quello che farebbe, forse, la Meloni che ha vinto nel 2022.
Il sospetto, però, è che quella Meloni non esista più. O meglio, che sia intrappolata dalla Meloni che governa.

Perché il vero retroscena non è il rimpasto. Il vero retroscena è la tentazione di Andreotti.
Tirare a campare è sempre meglio che tirare le cuoia, diceva il Divo Giulio con quella flemma romana che nascondeva una geometrica ferocia tattica. E il ragionamento, tradotto nell’italiano del 2026, suona più o meno così: andare al voto adesso significa rischiare. Rischiare la legge elettorale sfavorevole — perché la “Stabilicum” che il centrodestra ha proposto funziona, ci dice oggi Pagnoncelli nella sua simulazione, solo se Futuro Nazionale di Vannacci è dentro la coalizione. Senza di lui, il campo progressista è avanti. Rischiare l’Europa, che osserva i conti pubblici ballare sul filo dello zero virgola e aspetta la prima mossa sbagliata. Rischiare la Finanziaria, che si avvicina e promette di essere la più complicata della legislatura. Rischiare, soprattutto, di perdere. E una leader che perde le elezioni anticipate dopo aver perso un referendum non è più una leader.
Meglio allora il rimpasto. Meglio il bisturi, anche se il paziente ha una patologia sistemica. Lo chiamano chirurgico, aggettivo che evoca precisione, controllo, guarigione. Ma quando il problema non è localizzato — quando è la coalizione intera che cigola, quando Giorgetti sospira sui conti e Tajani avanza riserve su Zaia e Vannacci si agita ai margini — l’aggettivo chirurgico suona più come speranza che come diagnosi.

I nomi, comunque, ci sono. E sono quelli che contano.
Daniela Santanchè lascia il Turismo — non per scelta politica, ma perché le vicende giudiziarie hanno reso la sua permanenza un costo quotidiano di immagine che nessuna narrazione può più coprire. Al suo posto andrà Adolfo Urso, attuale ministro delle Imprese, liberando così lo Sviluppo Economico per una figura con competenze industriali vere. Il segnale che qualcosa non va con Urso è sottile ma inequivocabile: il presidente di Confindustria parla con la premier, ma non parla con lui.
Carlo Nordio, 79 anni, resta alla Giustizia. Ma ha bisogno di essere blindato — affiancato da un sottosegretario che conosca la materia e che alla riforma abbia creduto davvero. Tra i nomi che circolano c’è quello della procuratrice Annalisa Imparato, che alla campagna del Sì ha partecipato in prima persona. Governare il Ministero della Giustizia dopo aver perso il referendum sulla giustizia è come cucinare in una cucina che non ti appartiene più: almeno puoi scegliere il sous-chef.
Orazio Schillaci è finito nel cono d’ombra. Tiene in mano dossier pesantissimi — energia, transizione, sanità privata — e i dubbi su di lui circolano apertamente.
E poi c’è Luca Zaia, 58 anni, per oltre quindici anni governatore del Veneto, il nome attorno al quale tutto il resto ruota. Portarlo al governo aiuterebbe la Lega a ridimensionare internamente la questione Vannacci. Ma Forza Italia avanza riserve. E soprattutto: il bivio passa dal Quirinale. Mattarella deve dire di sì. E Mattarella, che legge i numeri di Pagnoncelli con la stessa cura con cui li leggiamo noi, sa esattamente quanto vale questo sì e a quale prezzo concederlo.

Alla fine, il punto è uno solo.
Meloni ha detto ai suoi: ci provo. È la frase più giusta della settimana. Perché “provarci” non è “farcela”. E il sospetto che aleggia tra i piani di Palazzo Chigi è che la scelta del rimpasto chirurgico non sia la mossa della leader decisionista che gioca d’anticipo, ma quella del governo che ha imparato, nel silenzio di una settimana difficile, la lezione più antica della Prima Repubblica.
Tirare a campare, nell’attesa che il centrosinistra — come sempre — trovi il modo di litigare con la propria vittoria.​​​​​​​​​​​​​​​​

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