di Redazione · Luglio 12, 2026
C’è una foto, scattata venerdì nella cittadella della giustizia di Bassano, che merita di essere guardata con attenzione: un flash mob per il nuovo tribunale della Pedemontana, decine di fasce tricolori schierate come e, in mezzo, una fascia blu. Quella del presidente della Provincia, Andrea Nardin. Ed è lì che la foto smette di essere una foto e diventa un quesito di diritto costituzionale spiegato ai bambini: di chi è quella fascia?
Perché la fascia non è un capo d’abbigliamento. Non è la pochette della politica al servizio di un partito. È l’unico indumento al mondo che, quando lo indossi, ti toglie qualcosa invece di aggiungertela: ti toglie la libertà di essere soltanto te stesso. Chi la porta rappresenta tutti — nel caso di Palazzo Nievo, centotredici Comuni, dei quali, ricorda il consigliere Raffaele Colombara, sessantadue sono contrari al nuovo tribunale. Un presidente può benissimo pensare che il palazzo di giustizia di Bassano sia una benedizione: da cittadino, da bassanese, – se lo fosse – da uomo di centrodestra che in campagna elettorale l’ha promesso, come rivendica il coordinatore di FdI, Silvio Giovine, che però ha sempre mantenuto la linea del sì al tribunale di Bassano. Ma la fascia non vota, la fascia non milita, la fascia non fa flash mob. «Se vuole manifestare per Bassano, lo faccia da cittadino: si tolga la fascia, perché quella non è sua, è di tutti noi», ha detto Colombara. È la frase più semplice della settimana, e le frasi semplici, in politica, sono quelle che fanno più male.
La difesa di Nardin è un piccolo capolavoro di archeologia amministrativa: «La posizione del presidente è determinata dalle delibere ufficiali», e la delibera c’è — del 2015. Undici anni fa. Quando fu votata, a Palazzo Nievo sedeva un’altra assemblea, in Italia c’era un altro clima e il tribunale di Bassano era chiuso «solo» da tre anni; oggi lo è da quattordici, il che ne fa, come abbiamo già scritto, l’unico procedimento veneto più lungo di un processo italiano. Peraltro il Tribunale di Vicenza all’epoca non aveva i buchi di oggi. Governare con una delibera del 2015 è come guidare con la fotografia di una strada scattata prima della rotatoria: formalmente è la strada, sostanzialmente ci si schianta. «Un presidio che aggiunge, non che toglie», ha detto Nardin del tribunale. Sarà. Ma una fascia usata così qualcosa toglie di sicuro: la presunzione, per i sessantadue Comuni scettici, di essere rappresentati anche loro.
Sia chiaro: anche l’indignazione dell’opposizione ha il suo tanfo di liturgia — l’interpellanza annunciata, il «mi dissocio», lo sdegno a orologeria di chi scopre solo ora che i presidenti di Provincia hanno un’appartenenza politica. E resta il merito, su cui Nardin non ha tutti i torti: un servizio in più per il Vicentino non è una bestemmia, e discuterne seriamente sarebbe più utile che disputarsi una foto. Ma proprio per questo il dettaglio conta.
La fascia si porta a tracolla, di traverso sul petto, in una posizione volutamente scomoda: non è un ornamento, è un promemoria. Serve a ricordare, a chi la indossa, che sta portando addosso anche quelli che non lo hanno votato e non la pensano come lui. Il giorno in cui diventa comoda, non è più una fascia. È una sciarpa da tifoso.




