Chi è più democratico?

di Arrigo Abalti · Luglio 13, 2026

La Biennale, l’Unione europea e un paradosso che i padri fondatori non avrebbero capito

 

C’è un paradosso, nella vicenda del padiglione russo alla Biennale di Venezia, che merita di essere isolato dal rumore delle appartenenze politiche. Non è la solita disputa tra chi sta con Mosca e chi sta con Kiev — su questo, in Italia, il perimetro del dissenso legittimo è ristretto e chiaro. È un paradosso più sottile, e più scomodo, che riguarda la natura stessa della democrazia liberale: chi è più democratico, chi apre le porte a tutti o chi le chiude a qualcuno in nome di un principio?

I fatti, spogliati delle rispettive retoriche, sono questi. La Fondazione Biennale, presieduta da Pietrangelo Buttafuoco, ha deciso di riammettere il padiglione russo all’Esposizione internazionale d’arte, assente dal 2022. Lo ha fatto in autonomia, contro l’indicazione del governo italiano, rivendicando il principio per cui l’istituzione culturale non debba trasformarsi in un tribunale politico né praticare esclusioni preventive. La Commissione europea, per bocca della vicepresidente Henna Virkkunen, ha risposto revocando due milioni di euro di finanziamenti, sostenendo che il denaro dei contribuenti europei non debba sostenere iniziative collegate a un Paese che non rispetta i valori democratici. Alberto Stefani, presidente della Regione Veneto, ha preso posizione a fianco di Buttafuoco, definendo “censura” la decisione di Bruxelles e osservando che il rischio è veder affermarsi il principio per cui fare cultura richieda una patente rilasciata da un organismo non eletto direttamente dai cittadini.

Ecco il nodo. Chi ha ospitato tutti — compresi gli artisti di un Paese aggressore, i cui rappresentanti ufficiali sono peraltro già colpiti da sanzioni individuali — ha esercitato un atto di inclusione. Chi ha tagliato i fondi ha esercitato un atto di esclusione in nome di un principio superiore, quello della coerenza tra valori democratici e uso del denaro pubblico. Entrambe le posizioni possono rivendicare una genealogia liberale. Il punto è che si tratta di due liberalismi diversi, e forse incompatibili: quello che privilegia la libertà negativa — nessuno mi impedisca di fare, di dire, di esporre — e quello che privilegia la libertà come coerenza sostanziale con un ordine di valori, per cui alcune porte vanno chiuse affinché altre restino aperte. È una tensione antica, che risale almeno a Isaiah Berlin, e che la vicenda veneziana ripropone in scala ridotta ma con una precisione quasi da manuale.

C’è poi un secondo livello, che è quello sollevato — non a torto — da Stefani: la questione della legittimazione. Non è la stessa cosa se a decidere un’esclusione culturale è un Parlamento eletto, che risponde del proprio operato davanti agli elettori, oppure una Commissione che agisce per raccomandazione tecnica, tramite un’agenzia esecutiva, e che comunica la propria decisione attraverso un post sui social prima ancora che per le vie istituzionali proprie. Non si tratta di negare che l’Unione europea abbia titolo a condizionare l’uso dei propri fondi — è nel suo pieno diritto, ed è persino ovvio che lo faccia in base a un giudizio politico sulla Russia in guerra. Si tratta di riconoscere che il modo in cui questo titolo viene esercitato, la sede in cui viene comunicato, il grado di trasparenza con cui viene motivato, non sono dettagli procedurali: sono la sostanza stessa della differenza tra un potere che risponde e un potere che dispone.

Ed è qui che il richiamo ai padri fondatori, evocato da chi in queste ore difende la Biennale, coglie qualcosa di vero, pur nella sua retorica un po’ liturgica. De Gasperi, Schuman, Adenauer non pensavano un’Europa fondata sulla sanzione culturale come strumento ordinario di politica estera. Pensavano un’Europa che si legittimasse mostrandosi diversa dai totalitarismi che l’avevano devastata: capace di includere, di integrare, di trasformare i nemici di ieri in cittadini di un ordine comune. Il paradosso, appunto, è che oggi l’argomento della fedeltà ai valori fondativi viene usato da entrambe le parti, con esiti opposti: chi difende l’apertura della Biennale invoca lo spirito di un’Europa che non esclude; chi difende il taglio dei fondi invoca lo spirito di un’Europa che non transige sui princìpi che la fondano.

Non esiste una soluzione elegante a questa tensione, e sarebbe disonesto fingere il contrario. Quello che si può dire è che le democrazie liberali funzionano bene quando riescono a tenere insieme le due esigenze — apertura e coerenza valoriale — senza lasciare che l’una si mangi l’altra, e quando chi decide risponde pubblicamente, con argomenti verificabili, delle proprie scelte. Il caso Biennale mostra un’istituzione culturale che ha scelto l’apertura assumendosene la responsabilità pubblica, e una istituzione politica sovranazionale che ha scelto l’esclusione comunicandola come se fosse un atto quasi amministrativo. Su questo squilibrio di stile, prima ancora che di merito, vale la pena riflettere — a prescindere da come la si pensi sulla Russia, sulla guerra, e su chi debba pagare il conto dell’arte.

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