di Arrigo Abalti · Luglio 17, 2026
C’è un numero, in una ricerca Ipsos Doxa presentata al Premio Ischia, che sembra uscito da un bollettino di guerra: il 48% degli italiani dichiara di essere caduto almeno una volta vittima di una fake news. Quasi uno su due. L’altro cinquantadue per cento, sospetto, non se n’è semplicemente accorto — che è il modo più elegante di caderci.
Eppure la stessa ricerca dice una cosa che nessuno si aspettava: l’interesse per l’informazione non arretra. Il 93% degli italiani considera importante informarsi, e il valore resta alto perfino tra gli under 35, la generazione che avevamo già dato per dispersa tra un video di gattini e l’altro. Il problema, insomma, non è la fame. È il ristorante. Vogliamo mangiare, ma metà di noi ha appena scoperto che nel piatto c’era qualcosa di avariato, e il 51% ritiene ormai difficile trovare in Italia un’informazione di qualità. Abbiamo il frigorifero pieno di notizie e non sappiamo più quali siano commestibili.
Poi c’è il dettaglio che riguarda il futuro, e chi scrive lo riporta con un certo brivido: i chatbot d’intelligenza artificiale stanno entrando nella dieta mediatica — li considera importanti il 23% degli italiani, il 29% tra i giovani. Un italiano su tre teme che l’AI fabbricherà notizie false senza che ce ne accorgiamo; intanto gli under 35 la usano già per verificarle. La stessa tecnologia, insomma, è il piromane e il pompiere, e noi stiamo a guardare quale dei due arriva prima.
La network editor del Guardian, al dibattito, ha detto che in un mondo di notizie sbagliate i giornalisti contano più di prima, perché qualcuno deve pur «riportare ciò che vediamo sul campo». Sembra un’ovvietà. È una rivoluzione. Significa che l’antidoto al falso non è un algoritmo: è un paio di scarpe consumate e qualcuno che firma col proprio nome quello che scrive.
Il 48% di noi è già cascato una volta. Non è una vergogna: è la conferma che nessuno si salva da solo. Scegliersi bene chi racconta il mondo, ecco, quella sì che è una forma di legittima difesa.



