di Arrigo Abalti · Maggio 12, 2026
Chiamatelo come volete: doppio incarico, libera professione, attività extraistituzionale. In Italia abbiamo una straordinaria capacità di trovare parole neutre per cose che neutre non sono. Il medico che visita il paziente pubblico la mattina e lo stesso paziente — o il suo vicino di letto — nello studio privato il pomeriggio non sta semplicemente esercitando una professione. Sta abitando una contraddizione.
L’Autorità nazionale anticorruzione lo ha scritto in un parere del 15 aprile 2026, con la prosa burocratica che nasconde, a chi sa leggere, la forza di un atto d’accusa. Il conflitto d’interesse nei confronti dei medici con incarichi libero-professionali continuativi non è un’anomalia da gestire caso per caso: è un rischio sistemico, strutturale, che le aziende sanitarie devono mappare, prevenire, e — quando necessario — recidere. Con la rinuncia a uno dei due incarichi. Punto.
Il parere nasce da una richiesta di un’azienda sanitaria siciliana, ma parla a tutto il Paese. Parla a quei dirigenti sanitari che per anni hanno firmato autorizzazioni in serie, convinti che l’obbligo di astensione fosse sufficiente a tenere separati i due mondi. Non lo è. L’Anac lo dice con una chiarezza che suona quasi come un rimprovero: quando il conflitto è reiterato e diffuso, l’astensione continua paralizza il servizio, danneggia la continuità delle cure, tradisce l’interesse collettivo alla tutela della salute.
C’è qualcosa di profondamente italiano in questa storia. La norma esiste, il principio è chiaro, la Costituzione non lascia dubbi: la salute è un diritto fondamentale. Eppure il sistema ha imparato a convivere con l’ambiguità, a istituzionalizzare il grigio, a trasformare l’eccezione in regola. Le aziende sanitarie che non hanno inserito misure di prevenzione dei conflitti di interesse nei propri Piani Anticorruzione non sono negligenti per caso: sono negligenti per convenienza.
L’Anac raccomanda attenzione particolare quando l’attività privata del medico coincide — per tipologia e specializzazione — con quella pubblica. È una raccomandazione ovvia, quasi banale. Eppure va scritta, perché senza quella scrittura ufficiale, senza quel monito formale, il sistema preferisce non vedere. Preferisce guardare altrove, verso quella zona d’ombra dove i vantaggi economici e personali prosperano nell’indistinzione dei ruoli.
La domanda vera, quella che nessun parere amministrativo può risolvere da solo, è un’altra: vogliamo ancora una sanità pubblica? Non come slogan, non come nostalgia, ma come scelta politica concreta, come investimento di risorse e di rigore morale. Se la risposta è sì, allora il camice pubblico non può avere tasche private. Se la risposta è no, almeno diciamolo chiaramente. Ai pazienti, prima di tutto.



