di Redazione · Maggio 9, 2026
Francesca Lazzari va avanti
Ci sono ricerche che sembrano sondaggi e sono invece specchi. Quello che la Fondazione Giuseppe Roi ha commissionato sul futuro dell’ex Cinema Corso è, se lo si legge con attenzione — se si legge la filigrana, come si dice — qualcosa di più di una raccolta di preferenze. È una radiografia involontaria di una città che ha fame e non sa bene di cosa.
Trecentoquarantacinque risposte. Non un campione statisticamente rappresentativo, avvertono correttamente i ricercatori. Ma una fotografia di una comunità culturale viva, inquieta, giovane. Il cinquantasei virgola otto per cento degli intervistati ha meno di trentacinque anni. Quasi un terzo ne ha tra diciotto e venticinque. Sono i ragazzi di Lumen, del festival che è diventato piattaforma culturale. Sono gli studenti dello IUAV. Sono gli artisti che lavorano nelle retrovie di una città che li contiene senza vederli.
E cosa chiedono, questi giovani vicentini al futuro Corso?
Non chiedono un altro teatro. Non chiedono un altro cinema. Chiedono — e qui sta il punto che merita di essere sottolineato con la matita rossa — uno spazio per fare, non solo per guardare. Arte sperimentale, residenze artistiche, laboratori aperti alla comunità, sostegno agli artisti emergenti. La domanda che emerge da questi dati non è di consumo culturale. È di produzione. È di partecipazione. È, se vogliamo usare una parola un po’ desueta, di cittadinanza.
Francesca Lazzari, che guida la Fondazione Roi consapevole che le visioni non bastano se non diventano architetture, ha fatto una scelta coraggiosa promuovendo questo percorso di ascolto prima di qualunque progetto edilizio. Ascoltare prima di costruire. Mappare i bisogni prima di riempire gli spazi. È un gesto culturale e anche politico in sé, prima ancora che amministrativo. Significa che il Corso non sarà uno spazio calato dall’alto su una città passiva, ma il risultato — almeno nelle intenzioni — di un dialogo reale con chi quella città la abita, la studia, la attraversa. Almeno con la città che risponde alle domande. Poi c’è quella – forse più grande – che se ne frega, ma poi si lamenta.
I numeri raccontano anche qualcosa di più sottile.
La musica è il linguaggio del contemporaneo più amato: venticinque virgola sedici per cento delle preferenze. Seguono le arti visive e multimediali, il cinema. Teatro e danza sono presenti, ma distaccati. Letteratura e architettura sono quasi invisibili. È il ritratto di una generazione che pensa per suoni e immagini, che non separa l’esperienza estetica da quella sensoriale, che cerca l’ibridazione piuttosto che la purezza dei generi.
E i temi? Attivismo e cittadinanza attiva al primo posto, ecologia e sostenibilità subito dopo, inclusione e accessibilità, nuove tecnologie e intelligenza artificiale. Non è il programma di un festival. È quasi un manifesto politico. Il Corso che questi trecentoquarantacinque immaginano non è un luogo dove si va la domenica pomeriggio. È un luogo dove si discute di come si vive, dove l’arte serve a capire il presente, dove la bellezza non è decorazione ma strumento.
Resta, naturalmente, la questione che il rapporto stesso riconosce nell’ultima pagina con una franchezza apprezzabile: tutto questo ha bisogno di una direzione artistica solida. Un contenitore flessibile senza una visione rischia di diventare una piazza vuota travestita da museo. La flessibilità senza la curatela è solo disordine ben arredato.
È qui che la sfida vera comincia. Vicenza ha il coraggio di dotarsi di un luogo che non assomiglia a nessun altro luogo che già conosce?
I trecentoquarantacinque dicono di sì.
Resta infine da vedere se la città, quella più larga, quella che non ha risposto al questionario, saprà seguirli. Perchè, è bene ricordarselo, 345 è poco rispetto agli oltre 100mila abitanti.




