Il filosofo che vende il Leviatano

di Redazione · Aprile 17, 2026

Alex Karp, amministratore delegato di Palantir Technologies, non ha studiato informatica né economia. Ha un dottorato in teoria sociale preso a Francoforte sotto l’ombra lunga di Habermas, con una tesi sull’aggressività nei giudizi di valore. A cinquant’anni suonati è ancora il “batshit crazy CEO” che si autoproclama tale: sciatore di fondo compulsivo, capelli da profeta distratto, cittadinanza svizzera per sicurezza. È a lui che Michael Steinberger dedica “Il filosofo nella Valley”, ora pubblicato in Italia da Foglio Edizioni nella traduzione di Marta Salaroli. Prima uscita della nuova casa editrice del quotidiano di Cerasa, e scelta non casuale: il libro pone le domande che un giornale liberale dovrebbe porsi.
La tesi di Steinberger, firma del New York Times Magazine e compagno di corso di Karp all’Haverford College, è semplice: Palantir è diventata l’azienda più politicamente rilevante della Silicon Valley non nonostante il suo CEO sia un filosofo, ma precisamente perché lo è. Dopo l’11 settembre, quando la CIA annegava nei dati senza strumenti per incrociarli, fu il pensiero di un allievo di Habermas a convincerla che si potesse costruire un software capace di leggere insieme tabulati telefonici, movimenti bancari e interrogatori senza violare lo Stato di diritto. Karp lo chiamò “privacy-preserving surveillance”. Un ossimoro che ha riempito i bilanci dell’azienda per vent’anni. Oggi il software Gotham è usato dall’esercito israeliano a Gaza, da ICE per le deportazioni, dal Regno Unito per il Servizio sanitario, dalla Danimarca per la polizia predittiva. Tutti insieme, sullo stesso stack tecnologico. “Palantir”, del resto, sono le sfere veggenti del Signore degli Anelli: vedere tutto, ovunque, sempre, per chi paga il contratto.
Karp si autodefinisce progressista e ha scritto un saggio, “La Repubblica tecnologica”, in cui sostiene che la Silicon Valley deve smettere di essere il parco giochi dei libertari e tornare a servire l’Occidente come fecero la General Electric e la Boeing nel dopoguerra. Un pensiero coerente: per difendere la democrazia liberale dalla Cina e dalla Russia servono strumenti di sorveglianza superiori, ma tenuti dentro il perimetro costituzionale. Il ragionamento di un hegeliano di sinistra applicato alla guerra cibernetica.
Eppure proprio qui il libro lascia aperta una faglia. La nostra tradizione democratica — quella che da De Gasperi a Moro al nostro Rumor ha costruito l’Italia repubblicana e l’Europa unita — avrebbe tre obiezioni precise.
La prima sulla figura stessa del filosofo al potere. De Gasperi, formato nell’Austria asburgica e passato per le carceri fasciste, aveva una diffidenza istintiva verso l’intellettuale che si fa governante: aveva visto i disastri prodotti dai filosofi in politica — Gentile era suo contemporaneo — e preferiva il politico responsabile e mediocre al pensatore geniale e irresponsabile. La fascinazione contemporanea per il CEO-filosofo ripete, sotto mentite spoglie, una tentazione novecentesca che la nostra Costituzione volle esplicitamente arginare affidando il potere a istituzioni plurali, non a personalità carismatiche.
La seconda, più sostanziale, riguarda il confine tra pubblico e privato nella sicurezza. Il principio di sussidiarietà, di cui De Gasperi fu architetto e che la Costituzione consacra all’articolo 118, prevede che il privato concorra al bene comune in istruzione, sanità, assistenza, cooperazione. Ma la sussidiarietà ha una grammatica precisa e non include la delega delle funzioni sovrane a soggetti quotati in Borsa. L’intelligence, la predizione dei comportamenti criminali, la gestione centralizzata di dati sanitari a fini di sicurezza sono il nucleo duro della sovranità statale, non materia di accreditamento. La risposta di Karp — rispondiamo noi, eticamente — è la stessa che davano negli anni Trenta gli uomini personalmente onesti al servizio di sistemi disonesti. Non basta l’etica individuale del tecnologo; serve la responsabilità politica dell’istituzione.
La terza, la più profonda, riguarda la natura dell’Occidente che Palantir dice di voler difendere. Per Karp è un blocco geopolitico, un insieme di interessi da proteggere con mezzi superiori a quelli degli avversari. Per la tradizione costituzionale da cui proveniamo — quella dei tre cattolici di confine De Gasperi, Schuman e Adenauer, nessuno dei tre nato nel Paese in cui morì — l’Occidente è una tradizione spirituale e giuridica nata dall’incontro fra Atene, Roma e Gerusalemme, che ha nella dignità della persona e nel primato della legge i suoi pilastri non negoziabili. Gli architetti dell’Europa pensavano che l’Occidente si difendesse rendendolo più giusto, non più sorvegliato. La “Repubblica tecnologica” è una forma moderna di quella tentazione che Jaques Maritain chiamava umanesimo antropocentrico: l’uomo che crede di salvare se stesso con i propri strumenti e finisce prigioniero dei mezzi che ha inventato per liberarsi.
Va però dato atto a Karp di aver visto giusto su un punto. La Silicon Valley del libertarismo adolescenziale — quella di Thiel e dei suoi epigoni — è pericolosa proprio perché si illude di stare fuori dalla politica, e così si consegna alla politica peggiore. La convinzione che la tecnologia debba servire lo Stato democratico, e non sostituirsi a esso, è sana. Il disaccordo è sul come. La tecnologia serve la democrazia quando è governata da istituzioni pubbliche responsabili davanti agli elettori, non quando è prodotta da un’azienda privata che si autoassegna una missione civilizzatrice. La differenza tra servire lo Stato e servirsi dello Stato è sottile, in certi contratti governativi diventa invisibile, ed è precisamente nella zona grigia in cui Palantir opera meglio.
Il libro arriva in Italia in un momento opportuno. L’Unione europea sta negoziando il ruolo di Palantir nella propria architettura di sicurezza, la Germania ne ha vietato l’uso alla polizia bavarese dopo una sentenza della Corte costituzionale, l’Italia la impiega in silenzio per alcune agenzie investigative senza che se ne sia mai discusso in Parlamento. Un Paese con la memoria lunga delle deviazioni dei servizi dovrebbe avere su questo una sensibilità particolare. Pare non averla.
Il libro si legge in una sera e andrebbe letto in due: la prima volta per la storia, la seconda per i sospetti che lascia addosso. Alla fine il punto non è Karp, e nemmeno Palantir. Il punto è che abbiamo costruito gli occhi di Sauron e dobbiamo decidere se la democrazia sia ancora abbastanza in piedi da portarli. De Gasperi, che scrisse a Schuman nel 1952 che “la pace è un compito più difficile della guerra, perché richiede di rimanere svegli ogni giorno”, non avrebbe avuto dubbi sulla risposta.

Rimanere svegli. E non delegare a nessun filosofo, per quanto brillante, e a nessun algoritmo, per quanto sofisticato, il compito di vedere il mondo al posto nostro.​​​​​​​​​​​​​​​​

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