di Arrigo Abalti · Aprile 20, 2026
La relazione d’addio da Presidente della sua sezione di Confindustria è un atto di visione. Ma resta nel direttivo del Distretto della pelle: il lavoro continua
Mirko Balsemin lascia. È arrivato alla conclusione del suo percorso. Lo fa con una citazione dal Vangelo di Luca, tre sogni e la consapevolezza di chi sa che certe battaglie non si vincono nel mandato in cui le si combatte. La relazione che ha letto martedì sera alla Sezione Pelle e Cuoio di Confindustria Vicenza non è un consuntivo. È un atto politico. È la mappa di un territorio che produce cose tra le più belle del mondo e non riesce a raccontarlo. Ma è soprattutto qualcosa di più raro: è un esercizio di visione. E la visione, in un’epoca che ha imparato a confondere la semplificazione con la chiarezza e l’approssimazione con la concretezza, è diventata una forma di resistenza.
Esiste una narrazione dominante che premia chi riduce, chi taglia, chi arriva al punto senza passare per il ragionamento. Si chiama pragmatismo, a volte si chiama realismo, più spesso invece, è solo la rinuncia a sostenere il peso di un’idea complessa fino in fondo. Balsemin non ci sta. Il suo discorso è lungo, articolato, attraversa il lavoro e la chimica, la politica europea e il Vangelo, il mercato e l’identità territoriale. Non perché non sappia dove andare, ma perché sa che per arrivare dove vuole arrivare non esistono scorciatoie. La visione richiede tempo, richiede connessioni, richiede la disponibilità a stare nell’incertezza senza abbandonarla per la prima risposta disponibile.
Il punto di partenza è il lavoro. Non come categoria economica ma come significato. Balsemin osserva che qualcosa si è rotto nel rapporto tra le nuove generazioni e il fare: l’incertezza vissuta non come anomalia ma come condizione normale, il sacrificio svuotato di senso, la fabbrica rimasta uno dei pochi luoghi di comunità ancora in piedi. Un’affermazione che suona quasi paradossale nell’epoca in cui il manifatturiero viene letto come residuo novecentesco.
Ma Balsemin non è nostalgico. È un realista che sa distinguere tra ciò che si è perso e ciò che vale la pena recuperare. E sa soprattutto sa, che recuperarlo richiede una narrazione, non una circolare.
Il nodo centrale è la verità. O meglio, la battaglia per la verità in un mercato che ha subìto una delle operazioni di manipolazione linguistica più efficaci degli ultimi decenni. La plastica venduta come scelta morale. La pelle costruita come problema. “Pelle vegana”, “cruelty-free”: etichette che hanno trasformato la percezione del consumatore non attraverso fatti ma attraverso parole. Balsemin lo chiama con precisione: sofismi linguistici. E individua la responsabilità della categoria con altrettanta precisione: non aver investito abbastanza nelle risposte. Aver lasciato che il fuoco incrociato di falsità e ignoranza plasmasse un’immagine distorta senza opporre una narrazione all’altezza. È qui che la visione diventa argomento politico: chi rinuncia a costruirla lascia che altri la costruiscano al posto suo. E gli altri, quasi sempre, la costruiscono contro di te.
I conciatori della Valle del Chiampo hanno trasformato per decenni uno scarto della catena alimentare in un materiale prezioso — uno degli esempi più compiuti di economia circolare esistenti, molto prima che il termine diventasse di moda. Eppure sono stati costretti a difendersi dall’accusa di essere il problema ambientale che in realtà contribuiscono a risolvere. Non è una sconfitta industriale. È una sconfitta culturale. Ed è esattamente il tipo di sconfitta che si subisce quando si delega ad altri il compito di definire il significato delle proprie cose.
Su questo si innesta la questione dell’EUDR, il regolamento europeo sulla deforestazione che Balsemin cita come paradosso compiuto: vincoli stringenti alle pelli lavorate in Europa, porte aperte ai prodotti finiti realizzati altrove senza gli stessi obblighi. È la fotografia di una politica industriale europea che applica le proprie regole ai propri produttori e le sospende per i concorrenti. Un campo di gioco inclinato che nessuna eccellenza di prodotto è in grado di compensare da sola. Anche qui, la risposta non può essere solo tecnica. Deve essere politica. Deve essere visione.
Il progetto più ambizioso della sua presidenza resta la Land Identity. Un’intuizione che Balsemin insegue con la costanza di chi sa che le idee strutturali non si consegnano in un mandato, si seminano. La Valle del Chiampo quindi, non come distretto produttivo, ma come origine certificata: i prodotti trasformati in quella terra come garanzia di qualità e sostenibilità riconoscibili nel mondo. Non un marchio, non uno slogan. Un disciplinare. Un metodo. Una promessa verificabile. La strada indica la certificazione ISO 37101 e l’IGP delle produzioni locali. Non è ancora realtà. Ma è l’unica visione che tiene insieme ambiente, identità e mercato senza sacrificare nessuno dei tre sull’altare degli altri due. Ed è precisamente il tipo di idea che viene giudicata troppo ambiziosa da chi preferisce la gestione all’orientamento, l’amministrazione alla direzione. Proprio per questo il fatto che Balsemin continui il suo impegno nel direttivo del Distretto della pelle non è un dettaglio: è la condizione perché un progetto come la Land Identity non si disperda nel passaggio di consegne, ma trovi chi continua a custodirlo nel luogo in cui può davvero maturare.
Balsemin conclude con tre sogni. Un territorio ambasciatore di un nuovo rinascimento conciario. Generazioni future che si prendano cura di questo lavoro. Un tempo nuovo che confermi: «Antichi per sempre». Non è retorica di circostanza. È il tentativo di restituire a una categoria che lavora con le mani e con la chimica, con il fuoco e con l’acqua, una dimensione simbolica all’altezza della propria storia. E di ricordare a chi verrà dopo che l’approssimazione spacciata per concretezza non è una virtù. È solo la forma più elegante della resa.
Passa la parola, ma non il testimone: Balsemin va, eletto da poco, nel Direttivo del distretto della pelle, e questo cambia la natura del commiato. Non è un addio, è un cambio di postura. Il lavoro resta. E la Valle del Chiampo dovrà decidere se la visione che lascia sul tavolo è un’eredità da raccogliere o un’occasione da sprecare. Come sempre, dipenderà da quanti avranno la pazienza — e il coraggio — di sostenere il peso di un ragionamento complesso fino in fondo.



