di Arrigo Abalti · Aprile 21, 2024
Quanto fascismo e quanto antifascismo alberga a Palazzo Trissino?
L’’anticipazione del dibattito in arrivo in Consiglio Comunale è tutto nella versione reloaded della clausola inventata dal sindaco Achille Variati qualche anno fa, revocata dal sindaco Francesco Rucco e oggi riproposta per tentare di restituire identità novecentesche alle appartenenze fluide che siedono in Sala Bernarda. Un’iniziativa cavalcata da una parte dell’attuale maggioranza, bocciata da una parte della maggioranza, astenuta dall’altra parte, riveduta e corretta dal fronte più moderato del governo della città.
Insomma una bella confusione. E in questa confusione si legge che, a monte, di politica se ne vede molto poca, ma di opportunismo e timidezze, al contrario, ve n’è in abbondanza. Davvero c’è ancora bisogno di questo?
Per capire meglio può essere utile rileggersi la città prima e dopo la clausola antifascista. Così si può comprendere quanto c’è di ammiccamento – tanto – e quanto di sostanza.
Nessuno si chiede perché nessun sindaco del Dopoguerra ha mai sentito il bisogno di inserire un provvedimento come questo fino a oggi? Eppure non ci sembra che Giorgio Sala, Antonio Corazzin, lo stesso Variati, Marino Quaresimin o Enrico Hullweck fossero dei pericolosi fascistoni o simpatizzanti per il Ventennio. Ma l’ossessione per l’evocazione della deriva fascistoide è diventata un totem che prende forma, incredibilmente, quando il fascismo viene liquidato anche da Fini prima e da Giorgia Meloni poi.
Argomenti un po’ più seri no? Ma c’è più fascismo nella destra di oggi o nei professionisti dell’antifascismo? Per non cadere nella trappola delle opinioni preconfezionate o nella battuta da bar, può essere utile cercare il fascismo e il suo contrario nei provvedimenti e nei comportamenti. A destra e, con la stessa oggettività, anche a sinistra.
Quanto antifascismo c’è nella delibera in arrivo sui consigli di quartiere? La maggioranza – di centrosinistra – decide di togliere la possibilità di un voto a suffragio universale per i parlamentini decentrati della città e affida, manu militari, la scelta al consiglio comunale il quale, a colpi di maggioranza, si sceglierà i propri rappresentanti nei quartieri, che saranno di provata fede antifascista. Se antifascismo significa, come pensiamo tutti, libertà, democrazia e partecipazione di tutti, qui proprio non ci siamo.
Quanto antifascismo c’è nell’obbligo di firma di una clausola ideologica a chiunque chieda un contributo, un patrocinio o anche l’utilizzo di uno spazio comunale per un’iniziativa di qualunque tipo? Quanto antifascismo c’è nelle azioni che vogliono togliere la parola alla presentazione del libro di Vannacci in città e nell’ambiguità delle reazioni di chi quell’antifascismo lo dovrebbe dimostrare con parole chiare e posizioni di condanna senza appello?
Consiglio non richiesto alla minoranza, che a volte sembra portarsi dentro un irrisolto senso di colpa psicanalitico quando si parla di fascismo e antifascismo, cerchi dentro di sè l’antifascismo più autentico, quello che non toglie diritti e che si batte per difenderli, anziché assumere posizioni contraddittorie che assomigliano più a tatticismi che a limpidezza di visione.



