di Arrigo Abalti · Agosto 8, 2025
Dal West Nile al Pfas, fino alla pandemia: catanese trapiantata a Thiene, portata in Regione da Mantoan, dice no al Nitag finché non ci saranno criteri chiari. Un rifiuto che non manda all’Inferno, ma può salvare la credibilità della sanità pubblica
Nella storia italiana ci sono rifiuti che restano scolpiti nella memoria. Quello di Celestino V, “il gran rifiuto” che Dante mise all’Inferno, è passato alla leggenda: un Papa che rinuncia al trono di Pietro pur di non tradire sé stesso. Oggi, in un contesto molto diverso e senza dannazione eterna, un altro “gran rifiuto” arriva dal mondo della sanità pubblica. Lo firma Francesca Russo, direttore della Prevenzione della Regione Veneto, e ha un significato che va ben oltre il perimetro di un ufficio ministeriale.
Russo ha scritto al Ministero della Salute una lettera che è insieme un atto di fedeltà alla scienza e un gesto di rottura istituzionale: non parteciperà al Nitag (National Immunization Technical Advisory Group) finché non verranno fissati criteri chiari e trasparenti per la nomina dei componenti. Perché, dice, un organismo tecnico-scientifico non è un salotto delle opinioni: deve decidere su basi solide, dati verificati e coerenza metodologica.
E qui il parallelo con Celestino diventa chiaro: non è la paura di assumere responsabilità, ma la volontà di non legittimare con la propria presenza un’istituzione che, nelle condizioni attuali, rischia di essere contaminata da conflitti e contraddizioni. Russo rifiuta non il compito, ma il compromesso.
Catanese trapiantata a Thiene, ex dipendente dell’Ulss locale, arrivata in Regione grazie all’intuizione di Domenico Mantoan, Francesca Russo ha un curriculum che parla da solo. Ha gestito l’emergenza West Nile dieci anni fa, scrivendo i protocolli che oggi il Ministero applica. Ha affrontato la crisi Pfas, e nei giorni più tesi della pandemia ha tenuto testa ad Andrea Crisanti, non per orgoglio personale ma per difendere la coerenza scientifica.
Il suo no è un atto di igiene istituzionale: separare la scienza dalla propaganda, la consulenza tecnica dal teatrino delle opinioni. Perché – e qui sta la lezione di trent’anni di sanità – la fiducia si costruisce sulla competenza, non sulla convivenza forzata tra chi la pensa in modo opposto alle evidenze.
Celestino V scelse il silenzio. Francesca Russo, invece, sceglie di parlare. E di dire no, finché la scienza non tornerà a essere questione di metodo, non di appartenenza. Un rifiuto che non manda all’Inferno, ma che potrebbe salvare un pezzo di credibilità della sanità pubblica.
Il testo della lettera
«La decisione è maturata a seguito della valutazione della composizione del gruppo, nella quale sono presenti componenti che, in passato, hanno più volte espresso pubblicamente posizioni non coerenti con le evidenze scientifiche in materia di vaccinazioni, arrivando in alcuni casi a sostenere o diffondere messaggi contrati alle strategie vaccinali nazionali», si legge. «Si ritiene che un organismo tecnico-scientifico come il Nitag debba fondarsi su criteri di rigore metodologico, indipendenza e piena adesione al principio ‘evidence-based’, al fine di fornire raccomandazioni efficaci e credibili a supporto delle politiche sanitarie pubbliche – prosegue Russo – Inoltre nel contesto attuale ove l’offerta vaccinale richiede una sempre maggiore competenza tecnica e la capacità di valutare l’impatto dell’immunizzazione nel mantenere in buona salute la popolazione, anche per la sostenibilità del Ssn, si rende imprescindibile il ruolo di organi consultivi tecnici, come il Nitag, che operino in piena coerenza con i principi scientifici e con le finalità di tutela della salute pubblica». «Si precisa – conclude la lettera – che non risulta esservi stata una valutazione da parte della Commissione Salute e della Conferenza rispetto alla nomina. In assenza di tali presupposti, non sussistono le condizioni per una partecipazioni ai lavori del Nitag».



