di Arrigo Abalti · Maggio 10, 2026
Parlarne il giorno dopo l’anniversario, per parlarne sempre
Quarantotto anni fa, un uomo che aveva dedicato l’intera vita a tenere insieme un Paese che non smetteva di sfaldarsi fu trovato morto nel bagagliaio di una Renault 4 rossa. La scelta del luogo — via Caetani, a metà strada tra la sede del Partito Comunista e quella della Democrazia Cristiana — aveva la crudeltà simbolica di un messaggio politico. Le Brigate Rosse sapevano fare la loro parte anche nella scenografia. Aldo Moro no. Lui, fino all’ultimo, aveva cercato di fare qualcosa di molto più difficile: costruire.
Ieri si è commemorato, si sono deposte corone, si sono pronunciati discorsi. E va bene così. Ma il rischio, ogni anno che passa, è che la commemorazione diventi un alibi: ci si assolve ricordando, senza fare i conti con quello che Moro rappresentava davvero e con quanto poco di quel suo modo di fare politica sia sopravvissuto alla sua morte. Perché Moro non era soltanto una vittima del terrorismo. Era una visione del mondo, una concezione della politica come pazienza, come mediazione, come costruzione lenta e faticosa del consenso. Una visione che l’Italia ha smarrito molto prima che qualcuno la uccidesse fisicamente.
La sua intuizione più profonda — che la democrazia non potesse permettersi di escludere le grandi masse popolari dalla gestione della cosa pubblica — era insieme ovvia e rivoluzionaria. Ovvia, perché in fondo non faceva che prendere sul serio la Costituzione. Rivoluzionaria, perché in quegli anni aprire le porte del governo al Partito Comunista significava sfidare equilibri consolidati, rendite di posizione, paure ataviche. Moro non aveva paura delle paure altrui. Aveva il coraggio lento di chi sa che certe battaglie si vincono solo logorando le resistenze, un millimetro alla volta.
Quella stagione è finita da tempo. La Democrazia Cristiana non c’è più, e con essa è tramontata quell’idea di partito come scuola di classe dirigente, come luogo in cui si imparava a governare prima ancora di governare. Al suo posto è arrivata una politica più veloce, più rumorosa, più dipendente dall’umore dei sondaggi e dall’algoritmo dei social. Una politica che ha fretta, e che proprio per questo non riesce quasi mai ad arrivare da qualche parte.
Moro, invece, aveva tutto il tempo del mondo. O almeno così sembrava, finché il tempo non gli fu sottratto di forza. Nei cinquantacinque giorni della sua prigionia scrisse lettere lucidissime, ragionò con una chiarezza che i suoi carcerieri non riuscivano a incrinare, chiese con dignità ciò che riteneva giusto. Lo Stato non lo ascoltò. Preferì la fermezza all’uomo. E quella scelta, giusta o sbagliata che fosse, pesa ancora oggi sulla coscienza della Repubblica.
Ricordare Moro non significa rimpiangere un’epoca irripetibile né santificare un politico che aveva anche le sue ombre e le sue ambiguità. Significa piuttosto interrogarsi su cosa abbiamo perso quando abbiamo smesso di credere che la politica potesse essere un’arte paziente. Significa chiedersi se il compromesso — parola che oggi fa quasi ridere — non fosse in realtà la forma più alta di rispetto per la complessità del reale. E significa, infine, riconoscere che una democrazia che non sa più aspettare è una democrazia che ha già cominciato a cedere.
“Legati come siamo alle tradizioni, per quel che esse hanno di essenziale e di umano, noi non vogliamo essere gli uomini del passato, ma quelli dell’avvenire. Il domani non appartiene ai conservatori ed ai tiranni; è degli innovatori attenti, seri, senza retorica”.
( ALDO MORO )



