di Arrigo Abalti · Maggio 1, 2026
Ci salveranno i giovani
In Italia sta morendo il medico di famiglia, e nessuno ha ancora chiamato l’ambulanza. Ne mancano quindicimila. I vecchi se ne vanno appena la pensione lo permette, i giovani al provino non si presentano nemmeno. La medicina di base è già morta da un pezzo, ma continuiamo a tenerla attaccata alle macchine in attesa di una resurrezione che non arriva: staccare la spina vorrebbe dire ammettere che il funerale è già stato celebrato.
Quando il tuo dottore ha 1.800 pazienti, riceve cinquanta messaggi al giorno e ti dedica i quattro minuti di una sosta al semaforo, il rapporto di fiducia diventa una favola che si racconta ai bambini malati per farli addormentare. Cambiare medico costa meno che stamparsi una ricetta privata: tanto vale. Poi vai dal luminare a duecento euro e scopri che ti dedica tre minuti in più. Però ti chiama per nome, e per qualche ora ti senti meno solo.
Il ministro Schillaci ha provato a togliere quel respiratore, ed è l’unico in trent’anni ad averne avuto il coraggio. Prima di lui, una processione di colleghi alla Salute ha alzato lo sguardo, ha visto chi presidiava il fortino, e si è voltata dall’altra parte: meglio non disturbare i viceré. Schillaci no. Ha messo sul tavolo un decreto a doppio canale: chi vuole resta libero professionista in convenzione, chi vuole può diventare dipendente del Servizio sanitario nazionale e portare il camice nelle Case di Comunità che il Pnrr deve vedere operative entro giugno. L’idea è semplice e civile: un medico pagato dallo Stato somigli un po’ più al medico del cittadino e un po’ meno al medico dell’azienda di sé stesso. La risposta è arrivata in coro: il sindacato ha avvisato che il decreto distruggerà il medico di famiglia e ha chiesto a Meloni di intervenire per fermare il suo stesso ministro. Un sindacato che chiede al capo del governo di sconfessare un membro dell’esecutivo non capita tutti i giorni. Nemmeno per i camionisti.
A guidare la rivolta, i due viceré borbonici della categoria: Silvestro Scotti, segretario della Fimmg, napoletano, e Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, barese. Da vent’anni governano il Mezzogiorno della medicina italiana come i viceré spagnoli governavano Napoli per conto di una corona lontana: poteri vasti, mandato infinito, responsabilità verso nessuno. Riscuotono — quote sindacali, deleghe, rappresentanze nelle commissioni — e in cambio difendono il sistema che li ha resi indispensabili. Schillaci è il primo ministro entrato nel loro palazzo senza chiedere udienza. Per questo deve essere fermato prima che gli altri si accorgano che si poteva fare. Nel frattempo minacciano lo sciopero perché lo Stato gli chiede di scegliere la dipendenza e libera professione. Potremmo citofonare ad avvocati, notai e architetti per chiedere cosa ne pensano, se sciopererebbero perchè lo Stato li fa scegliere invece che decidere, trattandosi di servizio pubblico.
Ed è qui che la parola “casta” smette di essere uno slogan e diventa una descrizione tecnica. La categoria si lamenta da decenni di essere sottopagata, sommersa di SMS e tassata al quarantatré per cento, ma la convenzione la difende come la linea del Piave: di qui non si passa. Funziona così: una decina di euro al mese a paziente fino a millecinquecento, in media oltre centomila euro l’anno per medico, studio e segretaria a carico tuo, contributi alla cassa Enpam. Sulla carta sono liberi professionisti — partita Iva, fattura, autonomia — ma quando si tratta di scioperare, marciare in piazza e fermare il Paese, riemergono come dipendenti pubblici. Liberi quando incassano, statali quando protestano: la più sofisticata invenzione corporativa del dopoguerra. Nessun’altra categoria di partite Iva, in Italia, ha il diritto di sciopero. Loro sì.
E poi c’è l’Enpam, la cassa previdenziale dei medici, che con i contributi obbligatori della categoria ha costruito un patrimonio gigantesco — oltre venticinque miliardi — e lo usa per scalare i gruppi della sanità privata e sedere, ben retribuita, nei loro consigli di amministrazione. Tradotto: i medici di base versano i contributi a una cassa che investe nelle cliniche private che concorrono con il Servizio sanitario nazionale dal quale gli stessi medici sono pagati. Il cortocircuito è perfetto: pubblico in entrata, privato in uscita, gettoni di presenza al centro. Difendere la convenzione, da questa angolazione, non è difendere il medico di famiglia. È difendere il flusso.
Per diventare medico di famiglia, in Italia, basta un corso regionale di tre anni; per fare l’ortopedico ne servono cinque di specialità universitaria. Però l’autonomia professionale viene difesa con la stessa identica fierezza. È la più riuscita rendita di posizione del Paese dopo i notai: si lavora come liberi professionisti, si guadagna come liberi professionisti, ma a pagare il conto è il Servizio sanitario nazionale. Diventare dipendente dello Stato, da queste parti, è considerato umiliante. Anche se a far girare lo Stato — e gli ospedali — sono per il novanta per cento dipendenti.
E le Regioni? Le Regioni, che la sanità la gestiscono e dovrebbero saperne qualcosa, fanno la cosa più italiana possibile: tacciono per non rovinarsi la giornata. Due governatori di centrodestra hanno aperto al ministro, qualcuno di centrosinistra ha mugugnato, la maggioranza temporeggia in attesa di vedere chi cede per primo. Il caso più curioso è il Veneto. Da dicembre Luca Zaia non è più presidente della Regione — quel ruolo è passato ad Alberto Stefani — ma presidente del Consiglio regionale, una poltrona istituzionale che lui stesso, nel discorso d’insediamento, ha definito di “figura terza” e da cui ha annunciato che non voterà alcun provvedimento. La consegna del silenzio, però, vale solo per i temi più impopolari della sanità. Sulla Biennale di Venezia, in queste due settimane, Zaia ha parlato di tutto: del padiglione russo, degli ispettori del ministero della Cultura, delle dimissioni in blocco della giuria internazionale, dei nuovi Leoni dei Visitatori.
Sui medici di famiglia, una riga. L’anno scorso, da governatore, aveva detto che era legittimo immaginare una parte di medici di base assunti dalle Ulss, dentro “una squadra”. Adesso che la squadra Schillaci la propone davvero, e che mezzo Veneto regge sulle spalle dei giovani in formazione pronti a fuggire, il consigliere più votato della storia regionale tace. Strano. A meno di non pensare che un’opera concettuale all’Arsenale sia meno divisiva di un ambulatorio a Vittorio Veneto.
E allora resta una sola scommessa seria: i giovani. Non per retorica generazionale, ma per aritmetica. La medicina territoriale non la salveranno i sindacati che hanno passato vent’anni a difendere il modello che li ha portati al collasso, né le Regioni che fanno pretattica, né i viceré che presidiano il fortino con il telecomando dell’Enpam in tasca. La salveranno i medici giovani perché sono gli unici a non avere niente da perdere. Niente convenzione da proteggere, niente pacchetto di pazienti da ereditare o rivendere, niente paura di passare per impiegati. Quello che chiedono — un percorso di specializzazione universitario riconosciuto in Europa, ferie e malattia come ogni essere umano, un ambulatorio pubblico pagato dal pubblico, un fisco che non li tratti come gioiellieri — non è una rivendicazione corporativa: è la descrizione del mestiere del medico in qualunque Paese normale. Solo qui suona rivoluzionario, e questo dice tutto del Paese, non dei giovani. La verità è che la medicina di base non sta morendo malgrado loro. Sta morendo perché per quarant’anni li abbiamo tenuti fuori dalla porta, e adesso che dovrebbero entrare a riaccenderla scopriamo che la chiave ce l’ha qualcun altro, e non vuole girarla.
Ippocrate non firmava convenzioni e non rispondeva agli SMS: aveva una sola medicina, ed era il tempo. È l’unica che funziona davvero — e l’unica, guarda caso, che continua a non passare la mutua. Ma il tempo, per essere dato a un paziente, qualcuno glielo deve pagare. Da quale tasca esca, in fondo, è tutto il decreto.



