di Arrigo Abalti · Maggio 2, 2026
Il Veneto tra il mito dell’IRPEF immobile e il conto, molto reale, di visite e badanti
«Le tasse sono come le ombre: quando non le vedi, non è perché non esistono, ma perché la luce arriva da un’altra parte». Se questa frase non è mai stata pronunciata, poco importa: descrive perfettamente il Veneto degli ultimi quindici anni, quello che ha scelto di non toccare più l’addizionale regionale IRPEF e di trasformare quella scelta in una cifra politica, quasi in una forma di identità collettiva.
Dal 2010 l’aliquota è ferma all’1,23%. È stata una decisione coerente con una stagione storica precisa, nella quale efficienza amministrativa e contenimento fiscale hanno prodotto risultati visibili e consenso diffuso. In quella fase, la promessa implicita – governare bene senza chiedere di più – aveva un fondamento reale. Oggi, tuttavia, quella promessa rischia di essere meno una scelta e più una rappresentazione, perché il contesto è cambiato e i bisogni si sono spostati.
Il Veneto è una regione che invecchia, che consuma più sanità, che richiede più assistenza e che vede i Comuni sempre più esposti sul fronte sociale. In questo scenario, il costo dei servizi non diminuisce e non può essere cancellato per decreto. Semplicemente, cambia forma e cambia luogo. Esce dal bilancio pubblico e rientra, con maggiore disordine e minore equità, nei bilanci delle famiglie.
I numeri, se messi uno accanto all’altro, rendono il punto difficilmente contestabile. Una visita specialistica privata costa mediamente tra i 120 e i 200 euro, un esame diagnostico può superare i 300 euro, mentre una badante comporta una spesa mensile che oscilla tra i 900 e i 1.300 euro, spesso ben oltre. Si tratta di costi già oggi sostenuti da una parte significativa della popolazione, non di ipotesi teoriche.
Se si confrontano queste cifre con il possibile utilizzo della leva fiscale regionale, il quadro cambia radicalmente. Il margine teorico non utilizzato sull’addizionale IRPEF vale circa 862 milioni di euro. Un aumento dello 0,5% genererebbe circa 205 milioni annui e, per un reddito imponibile di 25 mila euro, comporterebbe un costo di circa 125 euro l’anno, cioè poco più di 10 euro al mese. Con un incremento dello 0,3%, si scenderebbe a circa 75 euro annui, pari a 6 euro mensili. Anche su redditi più elevati l’impatto resterebbe proporzionato, senza alterare in modo significativo la capacità di spesa delle famiglie.
A questo punto la questione non è più se pagare o meno, ma dove e come pagare. Il modello che il Veneto ha costruito negli anni ha avuto il merito di contenere la pressione fiscale visibile, ma ha prodotto, progressivamente, un aumento della spesa privata invisibile. È un equilibrio che ha retto finché la domanda di servizi è rimasta entro certi limiti, ma che oggi mostra segni evidenti di tensione.
È in questo passaggio che la narrazione dello “Zaiastan” – efficace sintesi di una stagione politica fondata sulla stabilità fiscale – rischia di trasformarsi in un’illusione ottica. Non perché sia stata infondata, ma perché tende a proiettare nel presente condizioni che non esistono più. Continuare a difendere l’immutabilità dell’aliquota significa, di fatto, accettare che una quota crescente di bisogni venga soddisfatta fuori dal sistema pubblico, con costi più elevati e distribuiti in modo meno equo.
Una eventuale nuova fase politica, che potrebbe aprirsi con una leadership diversa, avrebbe quindi il compito non di smentire quella stagione, ma di superarne il presupposto principale. La presidenza Stefani, se vorrà rappresentare una discontinuità credibile, dovrà misurarsi con questo nodo, abbandonando la dimensione simbolica della fiscalità immobile e riportando la discussione sul terreno della sostenibilità dei servizi. Insomma un bagno di realtà che serve alla politica del Veneto per uscire dal mito di un’epoca finita con il covid.
Una scelta di questo tipo non costituirebbe una rottura ideologica, ma un’evoluzione coerente con una cultura di governo che ha sempre legato il tema fiscale alla qualità della spesa. Un aumento limitato e progressivo dell’IRPEF, accompagnato da meccanismi di tutela per i redditi più bassi e da un vincolo rigoroso di destinazione delle risorse a sanità e sociale, trasformerebbe un intervento potenzialmente impopolare in un patto esplicito tra istituzione e cittadini.
Il confronto con il tema dell’autonomia rende il quadro ancora più evidente. Per anni il Veneto ha rivendicato maggiore autonomia come strumento per migliorare la gestione delle risorse, ma ha contemporaneamente rinunciato a utilizzare pienamente una leva fiscale già disponibile. In questo senso, la vera autonomia non è solo quella che si negozia con lo Stato, nessuno vuole negare quella battaglia, ma quella che si esercita concretamente attraverso scelte di bilancio.
Alla fine, il punto può essere riassunto senza enfasi. Pagare sei o dieci euro al mese non incide in modo significativo sul bilancio di un contribuente medio. Pagare una visita privata o sostenere il costo di un’assistenza continuativa sì. La differenza tra queste due dimensioni non è tecnica, ma politica.
Il Veneto si trova quindi di fronte a una scelta che non può più essere elusa: continuare a privilegiare la stabilità fiscale come valore simbolico, oppure riconoscere che la qualità dei servizi richiede un aggiornamento degli strumenti di finanziamento. In entrambi i casi, il costo esiste già. La differenza è se affrontarlo in modo collettivo, trasparente e governato, oppure lasciarlo emergere in modo individuale, disordinato e, spesso, più oneroso. La palla è in mano al presidente Stefani, che ha la possibilità di rompere l’incantesimo e iniziare una fase nuova.
Ed è proprio in questa distinzione che si misura il passaggio dalla narrazione al realismo.



