di Arrigo Abalti · Maggio 31, 2025
Quando lo stesso datore di lavoro usa due pesi e due misure
C’è qualcosa di profondamente sbagliato quando lo stesso datore di lavoro – la Regione Veneto – tratta diversamente i propri dipendenti a seconda del settore in cui lavorano. È quello che sta accadendo con la vicenda del lavoro agile per i pendolari che utilizzano la tratta ferroviaria Verona-Padova, destinata a subire l’ennesima interruzione ad agosto per i lavori dell’Alta Velocità.
La storia si ripete con una precisione quasi irritante. Nell’estate del 2024, quando i treni tra Milano e Venezia furono sospesi per oltre tre settimane, i dipendenti di Azienda Zero – ente sanitario regionale – si videro rispondere con un lapidario “prendetevi le ferie” alla richiesta di poter lavorare da remoto. Contemporaneamente, i dipendenti diretti della Regione ottennero invece il via libera al lavoro agile con una nota protocollata il 24 luglio 2024. Stessa amministrazione, stesso problema, due soluzioni diametralmente opposte.
Il paradosso è evidente: da una parte si chiede agli amministrativi della sanità di bruciare le proprie ferie per un problema infrastrutturale che non dipende da loro, dall’altra si concede ai colleghi dell’amministrazione regionale la possibilità di lavorare da casa. Una disparità di trattamento che non trova giustificazioni razionali, se non nella diversa sensibilità – o forse pressione sindacale – esercitata sui vari settori dell’amministrazione o, quantomeno, dalla dirigenza.
Ora, con l’avvicinarsi dell’estate 2025 e la prospettiva di nuovi disagi ferroviari, la Cisl Fp di Padova e Rovigo è tornata alla carica con una richiesta formale al direttore generale di Azienda Zero, Roberto Toniolo. Una lettera dettagliata che evidenzia non solo i disagi logistici, ma anche quelli economici: l’obbligo di utilizzare mezzi propri, l’impossibilità di accedere ai servizi scolastici chiusi, la necessità di consumare ferie nel periodo più costoso dell’anno.
La richiesta è ragionevole: attivare il lavoro agile in via straordinaria per tutto il personale pendolare durante l’interruzione ferroviaria di agosto. Non si tratta di rivoluzionare l’organizzazione del lavoro, ma di applicare una soluzione temporanea a un problema temporaneo, esattamente come fatto per i dipendenti regionali l’anno scorso.
La questione va oltre la mera gestione delle risorse umane. È una cartina di tornasole della capacità di un’amministrazione pubblica di essere coerente con se stessa e di trattare equamente tutti i suoi dipendenti. Se il lavoro agile è possibile per i dipendenti regionali, perché non dovrebbe esserlo per amministrativi e tecnici di Azienda Zero che svolgono attività compatibili con il telelavoro?
Il precedente del 2024 dimostra che la Regione Veneto sa essere pragmatica quando vuole. La nota del luglio scorso prevedeva la possibilità di ricorrere al lavoro agile anche per personale non ancora dotato di contratto specifico, purché il dirigente responsabile attestasse l’idoneità delle attività a essere svolte da remoto. Una procedura snella e sensata, che si basava semplicemente sulla presentazione dell’abbonamento ferroviario come prova del disagio subito.
Perché allora questa apertura mentale non si è estesa ad Azienda Zero? La risposta potrebbe risiedere in una mentalità ancora troppo legata a vecchi schemi organizzativi, dove la presenza fisica viene confusa con la produttività. O forse in una scarsa comunicazione tra i diversi livelli dell’amministrazione regionale, che genera disparità inspiegabili. O, più semplicemente ad una dirigenza talmente ottusa da ridurre la risposta alla battuta “prendetevi ferie”.
Ma c’è un aspetto ancora più paradossale in questa vicenda: la doppia morale della sanità veneta. Da una parte la Regione che predica e pratica flessibilità e modernità per i propri dipendenti, dall’altra Azienda Zero – ente che dovrebbe incarnare l’eccellenza sanitaria regionale anche nelle modalità di applicazione dei ritmi di lavoro – che risponde con logiche da burocrazia del Regno delle Due Sicilie a richieste legittime. Una contraddizione che getta ombre sulla coerenza dell’intera governance sanitaria.
E qui sorge spontanea una domanda: l’assessore regionale alla Sanità Manuela Lanzarin, nel frattempo, dov’era? Mentre i suoi “colleghi” dell’amministrazione regionale ottenevano agevolmente il lavoro agile, il personale amministrativo sanitario – quello stesso personale che durante la pandemia è stato celebrato come eroico e indispensabile – si vedeva negare la stessa possibilità. Un silenzio assordante da parte di chi dovrebbe garantire non solo l’efficienza del sistema sanitario, ma anche il benessere di chi ci lavora. E una responsabilità politica pesante.
L’auspicio è che questa volta la risposta sia diversa. Non solo per una questione di equità, ma perché il lavoro agile rappresenta ormai uno strumento consolidato di conciliazione vita-lavoro e di modernizzazione della pubblica amministrazione. Negarlo in presenza di un problema infrastrutturale oggettivo significa perdere un’occasione di dimostrare efficienza e sensibilità verso i propri dipendenti.
La palla ora passa al management di Azienda Zero, ma la politica non è estranea a queste scelte, e qui torniamo all’assessore Lanzarin, per capire se anche quest’anno giocherà a nascondino. La speranza è che abbiano imparato qualcosa dall’esperienza dell’anno scorso e che non si ripeta il paradosso di un datore di lavoro che fa due pesi e due misure con i propri dipendenti. Perché se c’è una cosa che la pubblica amministrazione non può permettersi, è quella di apparire incoerente con se stessa. E se c’è una cosa che la sanità veneta non può permettersi, è quella di trattare il proprio personale come cittadini di serie B rispetto agli altri dipendenti regionali.



