Il prezzo politico della sanità

di Redazione · Aprile 26, 2026

Il medico in versione dipendente che agita i sindacati e frena la politica

Diciamolo subito, perché tanto la realtà non si nasconde a lungo: quello che è andato in scena alla Conferenza delle regioni la settimana scorsa non è un dibattito sulla sanità, è una commedia degli equivoci ideologici. Il ministro Schillaci, esponente di un governo di centrodestra, presenta una riforma della medicina generale che introduce — sia pure in forma graduale e selettiva — il rapporto di lavoro dipendente per i medici di famiglia.

Le regioni di centrodestra applaudono. Quelle di centrosinistra frenano, chiedono tempo, vogliono vedere l’articolato.

Peccato che l’articolato non esista ancora: dopo oltre un anno di discussione, circola uno schema di princìpi, non un testo. Ed è già questo il primo punto su cui bisognerebbe fermarsi a riflettere, perché un governo che annuncia una riforma “storica” senza averla scritta non sta facendo riforme: sta facendo comunicazione.E questo non sarà sufficiente, ma va dato atto al ministro che se riesce nell’impresa e la comunicazione diventa atto, passa all storia.

Ma il cuore politico della vicenda è altrove, ed è nel paradosso che ci consegna. Il centrodestra, che per trent’anni ha fatto della libera professione, dell’autonomia del medico di famiglia, del rapporto fiduciario medico-paziente la propria bandiera identitaria — quella libertà del professionista contro la dipendenza pubblica che è il cuore stesso della cultura politica liberale italiana — oggi si scopre promotore della dipendenza. Il centrosinistra, che per decenni ha sostenuto che i medici di base dovessero essere dipendenti del Servizio sanitario nazionale come tutti gli altri professionisti sanitari, oggi frena. Le maglie sono state scambiate. E la cosa interessante non è che questo sia accaduto — la politica italiana è abituata a queste capriole — ma che sia accaduto senza che nessuno provasse a spiegarlo. Senza un dibattito interno, senza una battaglia culturale, senza nemmeno il tentativo di motivare il rovesciamento. Si è semplicemente cambiato di posto al tavolo, sperando che gli elettori non se ne accorgessero.

La spiegazione, però, è meno ideologica di quanto sembri, ed è qui che bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Il centrodestra governa molte regioni e sa che aprire un conflitto frontale con i sindacati dei medici di famiglia è politicamente costoso: meglio una riforma morbida, graduale, che cambia la sostanza senza dirlo troppo ad alta voce. Il centrosinistra, dal canto suo, governa alcune delle regioni più esposte al problema delle liste d’attesa e della carenza di medici di base, e sa che qualsiasi riforma strutturale porterà costi organizzativi e resistenze sindacali. Meglio aspettare. Meglio non rompere. Meglio rimandare al prossimo governo, alla prossima legislatura, alla prossima conferenza Stato-regioni. È la versione sanitaria di quella che potremmo chiamare la sindrome del rinvio italiano: tutti d’accordo sul fatto che bisogna fare qualcosa, nessuno disposto a pagarne il prezzo politico.

Nel mezzo, come sempre, ci sono i cittadini. Quelli che non trovano un medico di base perché negli studi di paese il cartello “ambulatorio chiuso” è diventato un genere letterario. Quelli che aspettano settimane per una visita specialistica. Quelli che al pronto soccorso ci vanno non perché stiano morendo, ma perché non hanno alternative territoriali — e così intasano un sistema d’emergenza che è diventato il bancomat sanitario di un Paese che ha smantellato pezzo per pezzo la propria medicina di prossimità. Sono i cittadini che, alle elezioni, votano destra o sinistra a seconda dell’umore, ma che davanti allo studio chiuso del medico provano la stessa sensazione: quella di essere stati abbandonati da entrambi.
E qui sta il punto politico che né la destra né la sinistra hanno il coraggio di dire ad alta voce. Il problema della medicina territoriale italiana non è un problema di modello — convenzionati o dipendenti, autonomi o salariati — ma è un problema di potere. Da trent’anni la medicina generale è il terreno su cui si esercita uno dei poteri di interdizione più solidi del sistema sanitario italiano: quello dei sindacati di categoria, che hanno la forza di bloccare ogni riforma e l’abilità di farsi ascoltare da governi di ogni colore. È per questo che destra e sinistra, una volta arrivate al ministero, finiscono per dire le stesse cose: perché trovano lo stesso muro.

La riforma di Schillaci ha il merito di non fingere che il problema non esista, e di aprire un doppio canale — convenzione riformata e dipendenza selettiva. Ma il vero punto non è il testo che non c’è ancora: è se esista la volontà politica di portarlo fino in fondo, oltre il primo sciopero, oltre la prima sollevazione di categoria, oltre la prima conferenza stampa dei rappresentanti dei medici. Che stanno già fioccando anche nella nostra redazione di provincia.
Perché il sospetto, leggendo le cronache di questi giorni, è che la vera natura di questa riforma non sia quella di una svolta, ma quella di un compromesso al ribasso scritto per non scontentare troppo nessuno. Una riforma che il centrodestra approva perché può venderla come modernizzazione e il centrosinistra non blocca perché può venderla come ritorno al pubblico, ma che alla fine non sposta sostanzialmente nulla: lascia in piedi il sistema delle convenzioni, introduce qualche assunto come dipendente nelle case di comunità, e rimanda al prossimo decennio la decisione vera.

È il modo italiano di fare le riforme: non farle, ma annunciarle con tale solennità da convincere tutti che siano state fatte.
C’è un’ipocrisia in tutto questo che andrebbe denunciata senza pudori. La destra che applaude la dipendenza dei medici contraddice trent’anni della propria storia e non lo dice. La sinistra che frena la dipendenza dei medici contraddice trent’anni della propria storia e non lo dice. I sindacati di categoria difendono lo status quo nascondendolo dietro il vessillo dell’autonomia professionale, quando in realtà l’autonomia di un medico di famiglia che lavora dodici ore al giorno con duemila pazienti in carico è una finzione contrattuale. E i cittadini, intanto, hanno smesso di credere che esista una differenza fra le due posizioni, perché di fatto non c’è.

La domanda vera, allora, non è chi abbia ragione fra Schillaci e i governatori di centrosinistra. La domanda vera è se la politica italiana sia ancora in grado di affrontare un problema strutturale senza trasformarlo in un teatrino in cui le parti si scambiano i copioni a ogni cambio di legislatura. Perché la sanità non è un terreno di scambio simbolico fra coalizioni: è il primo luogo in cui si misura, ogni mattina, la fiducia dei cittadini nello Stato. E uno Stato che dopo un anno di lavoro porta in conferenza uno schema di princìpi anziché una bozza di articolato, sta dicendo agli italiani una cosa molto chiara: il potere reale, in materia di sanità, non sta a Palazzo Chigi né nelle regioni. Sta altrove. E nessuno ha intenzione, davvero, di andarselo a riprendere.​​​​​​​​​​​​​​​​

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