Il silenzio di Zaia

di Redazione · Aprile 29, 2026

Il medico di famiglia dipendente pubblico è sempre stata una sua battaglia da Presidente. Ora non ne parla più 

 

C’è una riforma. C’è un silenzio. Coincidono.
La riforma Schillaci sulla medicina generale esiste. Doppio binario convenzionati-dipendenti, Case della Comunità, nuovi obblighi organizzativi. L’Emilia-Romagna frena: il presidente De Pascale avverte che senza un coinvolgimento serio delle Regioni il progetto rischia di andare a sbattere e di mettere in crisi il sistema.  È un altolà. Da sinistra. Da chi sulla sanità territoriale ha costruito la sua biografia politica.
Ma c’è un silenzio più interessante. Quello di Luca Zaia.
Per anni da presidente del Veneto — e lui è ancora della Lega, è ancora in campo, è ancora capace di riempire le sale — ha detto una cosa sola su questo tema. Il medico di famiglia deve diventare dipendente del Servizio sanitario nazionale. Non un professionista in proprio. Un dipendente. Con orari, obblighi, integrazione vera nel sistema. Lo ha ripetuto in convegni, in conferenze stampa, in ogni occasione utile. Era la sua battaglia. Una delle poche su cui aveva raggiunto trasversalità, perfino con presidenti di regione avversari.
Ora la riforma c’è. Imperfetta, discussa, il doppio binario fra convenzionati e dipendenti solleva perplessità e il rischio di confusione e diseguaglianze, ma la direzione è quella. La sua direzione.
E lui tace.
Zaia interviene su tutto. Sui medici che non devono andare in pensione. Sull’autonomia differenziata. Sui treni. Sulle elezioni comunali di paesi dove si vota in tre. Ha un’insofferenza cronica al silenzio. Ha assunto la postura del commentatore permanente. Eppure su questa riforma — sulla sua riforma — non una parola. Non un sostegno. Non un’intervista. Il vuoto.
La gestione del sistema sanitario si caratterizza da anni per una vera e propria immobilità, e lo scontro resta quello tra le parti politiche invece che la soluzione dei problemi dei cittadini. Lo scrive Alessandro Giustini, su Quotidiano Sanità, da medico, con la stanchezza di chi osserva da dentro. È una diagnosi esatta. Si applica perfettamente a questa vicenda.

Perché la spiegazione è semplice. La Lega in Parlamento non si sta sbracciando per difendere il decreto Schillaci. Il partito non ha urgenza di sostenere una riforma firmata da un ministro di Fratelli d’Italia. La bandierina va a chi la pianta. Non a chi l’ha sognata vent’anni prima.
Zaia sa tutto questo. È un politico consumato. Sa che sostenere Schillaci significa regalare consenso all’alleato-concorrente. Sa che il silenzio ha un costo basso e un rendimento accettabile.
Si persevera insomma a valutare i problemi con la lente delle appartenenze politico-ideologiche, evitando con ostinazione di affrontare dati e soluzioni che altrove in Europa sono già realtà.
Eccolo, il paradosso veneto. Un presidente che ha combattuto per una cosa, la vede arrivare, e  guarda il soffitto. Perché il partito conta più della coerenza. Perché la coalizione conta più del paziente in lista d’attesa.

Forse è solo una coincidenza.
Forse no.​​​​​​​​​​​​​​​​

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