di Arrigo Abalti · Luglio 21, 2026
Cominciamo con un’ammissione che a un esperto di liste d’attesa costa una certa fatica: per la prima volta, i tempi di accesso al Servizio sanitario nazionale vengono misurati con una metodologia uniforme, mese per mese, regione per regione, sommando pubblico e privato accreditato nello stesso conteggio. Non è un dettaglio da contabili: fino a ieri l’Italia inseguiva le liste d’attesa con rilevazioni regionali che si guardavano in cagnesco l’una con l’altra, ciascuna con i propri criteri e le proprie comode zone d’ombra. La Piattaforma nazionale nata dal decreto legge 73 del 2024, presentata lo scorso maggio, ha già raccolto sessantacinque milioni di prenotazioni tra gennaio 2025 e aprile 2026: è la prima volta che qualcuno tiene tutte le Regioni, davvero tutte, sotto lo stesso righello. Va riconosciuto, prima di ogni ironia.
E le ironie, va detto, non mancano. C’è una frase, nel comunicato che accompagna i nuovi dati, che meriterebbe di essere incorniciata in ogni ufficio stampa d’Italia: il miglioramento sarebbe dovuto “all’aumento della produttività e a una migliore organizzazione dell’offerta”. È il genere di autocertificazione che in qualunque altro settore susciterebbe una risata — immaginate un ristorante che si autoassegna le stelle Michelin — ma che in sanità pubblica passa quasi sempre indenne, perché i numeri sotto, va detto con onestà, per una volta non sono inventati.
E sono numeri veri, alcuni persino buoni: le prenotazioni salgono da 13,3 a 14,9 milioni, le prime visite oncologiche toccano il 95,2 per cento di rispetto dei tempi, la mammografia arriva all’89. La colonscopia, che partiva da un desolante 60,8 per cento, sale di nove punti. Chi si occupa di liste d’attesa da anni sa che muovere di nove punti un esame di screening oncologico non è cosmesi, è lavoro vero fatto su agende vere. Va detto, e lo diciamo.
Poi, però, c’è la parte che il comunicato non urla, e che un lettore meno distratto trova comunque scritta, in mezzo al resto: le prenotazioni oltre i tempi massimi di garanzia, in valore assoluto, non calano. Salgono, da 2 milioni 782 mila a 2 milioni 811 mila. La percentuale migliora perché il denominatore — il totale delle prestazioni erogate — cresce più in fretta del numeratore dei ritardi. È un’ottima notizia se sei un dato statistico. Lo è meno se sei tra quei quasi tre milioni di prenotazioni rimaste fuori tempo, categoria che il bollettino, con understatement quasi elegante, non si sofferma troppo a commentare.
C’è poi un secondo problema, più sottile, che riguarda l’appropriatezza delle classi di priorità. Il rapporto stesso segnala che in Basilicata l’87,7 per cento delle prescrizioni finisce in classe P, programmabile entro 120 giorni; in Campania l’84,4; in Molise il 75,1. Sono numeri che un epidemiologo guarda con più sospetto di quanto guardi le liste d’attesa in sé: quando quattro prescrizioni su cinque vengono etichettate come “non urgenti”, la domanda onesta non è se il sistema rispetti i tempi di quella classe, ma chi ha deciso che tre quarti dei pazienti potessero aspettare quattro mesi. Il bollettino lo chiama “criticità nell’appropriatezza prescrittiva” e promette “iniziative in atto”. In italiano corrente, significa: lo sappiamo, ci stiamo lavorando, richiamateci tra un anno.
E c’è, infine, il convitato di pietra che nessun bollettino sulle liste d’attesa del Ssn ha mai invitato al tavolo: quanti pazienti, semplicemente, hanno smesso di aspettare e sono andati a pagare la visita di tasca propria. La spesa sanitaria privata delle famiglie italiane non è un dettaglio contabile, è la valvola di sfogo che rende sostenibili — sulla carta — le percentuali che leggiamo. Un sistema che migliora i propri tempi anche perché parte della domanda insoddisfatta emigra silenziosamente verso il privato non sta necessariamente guarendo: sta spostando il problema fuori dal grafico.
C’è poi una seconda cucitura, meno visibile ma altrettanto rilevante, dentro gli stessi numeri ufficiali: il bollettino conta insieme, senza distinguerle, le prestazioni erogate dagli ospedali pubblici e quelle delle strutture accreditate. È una scelta di metodo legittima — il paziente, in fondo, non fa differenza tra chi lo cura, purché lo curi in tempo — ma ha una conseguenza che un esperto onesto non può ignorare: non sappiamo, leggendo il dato nazionale, se il miglioramento nasca da ospedali pubblici che hanno finalmente riorganizzato le agende o da cliniche convenzionate che hanno semplicemente aumentato i turni e applicato logiche più manageriali. Sono due storie molto diverse, con implicazioni molto diverse sulla spesa pubblica e sul futuro del sistema, e il bollettino, mescolandole in un solo numero, ce ne racconta soltanto una versione compressa. E la domanda resta: le liste d’attesa migliorano grazie al lavoro del sistema pubblico o grazie all’alleanza tra pubblico e convenzionato? Non lo chiederei a Crisanti, ma sarebbe interessante leggere i dati in modo disaggregato tra pubblico e convenzionato. Che hanno gli stessi doveri, ma non sempre gli stessi diritti.
Detto questo — ed è la parte costruttiva, perché altrimenti si scrive solo per il gusto di scrivere contro — il bollettino contiene già, tra le righe, la propria terapia. La Toscana ha usato l’intelligenza artificiale per capire che un terzo delle visite dermatologiche urgenti erano richieste di controllare un neo non sospetto, e cambiando le regole prescrittive ha guadagnato tre punti in un trimestre. Il Piemonte ha scritto un algoritmo che libera automaticamente gli slot lasciati vuoti dalle priorità basse, portando il rispetto dei tempi in classe B dal 50 al 95 per cento in tre anni. Non sono pannicelli caldi: sono le due dimostrazioni migliori, nello stesso documento, che il problema non è quasi mai la mancanza di medici, ma la cattiva gestione delle agende. La domanda che un esperto onesto dovrebbe porre al ministero non è perché il dato nazionale migliori, ma perché queste due soluzioni, già misurate e già pubblicate, restino “buone pratiche” facoltative invece di diventare uno standard obbligatorio ovunque, dalla Basilicata in su. Veneto compreso.
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