di Arrigo Abalti · Luglio 30, 2026
I medici di base nelle Case di Comunità a sessanta euro l’ora per riscrivere un compromesso che dura dal 1978 — ma “su base volontaria”
Sessanta euro l’ora è il prezzo a cui la Regione ha comprato quello che dal 1978 lo Stato italiano non è mai riuscito a ottenere gratis: la presenza del medico di famiglia dentro una struttura pubblica, negli orari in cui il cittadino ne ha davvero bisogno. Vale la pena partire da qui, dalla cifra, perché è lì che si legge la vera natura dell’operazione — non una riforma, un incentivo. E la differenza, in sanità, non è semantica: è strutturale.
Il nodo che il documento firmato ieri dall’assessore Gino Gerosa e dai sindacati prova a sciogliere ha una data di nascita precisa: il 1978, quando la Legge 833 istituì il Servizio Sanitario Nazionale ma lasciò intatto — per compromesso politico, non per scelta tecnica — lo status di libero professionista convenzionato del medico di base. Da allora ogni governo, di ogni colore, ha tentato la stessa mossa: portare il medico di famiglia dentro la rete pubblica senza toccare la convenzione, cioè senza trasformarlo in dipendente. Il Veneto di Gerosa non fa eccezione, e lo dice esplicitamente scegliendo la parola “volontariamente”: i medici aderiscono, non sono comandati. È l’ennesima riedizione di un compromesso storico che la Fimmg — il sindacato più forte della categoria — difende da mezzo secolo con successo, e che nessuna Regione, né di centrodestra né di centrosinistra, ha mai avuto la forza politica di scardinare.
Qui va fatta una distinzione che Gerosa rende esplicita: i muri sono un conto, gli stipendi un altro. Le Case di Comunità nascono con i fondi PNRR della Missione 6 — vincolati, europei, con una scadenza di rendicontazione precisa — e su questo fronte il Veneto dichiara di aver rispettato il target: 20 su 20 nell’Euganea, 20 su 20 nella Scaligera, 13 su 13 nella Serenissima. Ma i 60 euro l’ora ai medici, la parte che dà davvero contenuto a quei muri, sono pagati con risorse regionali aggiuntive già stanziate — bilancio ordinario di Palazzo Balbi, non fondi comunitari a termine. È una scelta politicamente più onesta di quanto sembri: la Regione non sta scaricando sull’Europa il costo di un impegno che dovrà comunque sostenere da sola, lo mette da subito sulle proprie casse. Il che significa, però, che la domanda scomoda cambia natura: non più “cosa succede quando finiscono i fondi PNRR”, ma “quanto è solida, anno su anno, la volontà politica di rifinanziare questa voce di bilancio regionale, in una sanità veneta che deve già far quadrare conti non sempre floridi”.
C’è poi un secondo livello di lettura, più tecnico e più rivelatore: la geografia dell’attuazione. Il documento certifica che la Marca Trevigiana è ferma a 15 Case su 17 previste, il Veneto Orientale a 5 su 6, mentre Scaligera ed Euganea sono già al 100%. Non è un dettaglio statistico: sono proprio i territori periferici — quelli dove il pronto soccorso più vicino è a quaranta minuti d’auto, dove la parola “prossimità” ha un significato letterale prima che politico — a restare indietro nell’attuazione. La riforma rischia così di consolidare esattamente la disuguaglianza territoriale che avrebbe dovuto correggere: più medicina di prossimità dove già c’è una rete forte, meno dove servirebbe di più.
Infine, il capitolo più interessante politicamente: la clausola di scadenza. Il documento vale “fino alla definizione del nuovo Accordo Integrativo Regionale” — cioè fino a quando la Regione non deciderà se strutturare questo accordo o lasciarlo scadere in una sperimentazione senza fine, come già accaduto altrove con gli infermieri di comunità. È la tecnica di governo che il Veneto ha raffinato in questi mesi di transizione tra l’era Zaia e quella Stefani: Gerosa garantisce continuità tecnica proprio mentre la Lega veneta litiga sull’eredità politica. In una Regione dove i colonnelli si accapigliano sui simboli, la sanità resta l’unico terreno dove la competenza tecnica — quella vera, non quella sventolata nei comunicati — sembra sopravvivere ai cambi di comando. È una delle grandi sfide di Gerosa e del suo DG Ruscitti, ma alla fine anche per Alberto Stefani, il metodo e la programmazione, quello che ha reso il Veneto un’eccellenza in passato ma che con la navigazione a vista del post covid ha già mostrato tutte le sue crepe.



