Il software della salute ha bisogno di un upgrade

di Arrigo Abalti · Maggio 23, 2025

Per tornare ad essere regione benchmark il Veneto deve fare un reboot serio, aggiornare la visione e liberarsi dei tabù novecenteschi

Tredici anni senza aggiornamenti per le RSA, sei per la sanità privata. Se fosse un computer, avremmo già formattato tutto e ricominciato da capo. Invece continuiamo a far girare un sistema operativo della salute che va in tilt ogni giorno, mentre ci raccontiamo che il “modello Veneto” funziona. In realtà è un sistema che fa acqua da molte parti e che ha bisogno di un pensiero strategico serio, non della solita propaganda da comizio elettorale.

Lo sciopero nazionale di ieri ha messo a nudo una verità che la politica veneta preferisce ignorare: non esiste più distinzione tra pubblico e privato quando si tratta di diritto costituzionale alla salute. I lavoratori delle strutture private convenzionate erogano servizio pubblico esattamente come quelli degli ospedali statali. I pazienti delle RSA accreditate hanno gli stessi diritti di chi è ricoverato all’ospedale San Bortolo. Ma il sistema normativo ed economico che regola tutto questo è fermo all’era pre-digitale.

Mentre il mondo cambia a velocità supersonica – invecchiamento demografico, cronicità diffuse, nuove patologie, tecnologie sanitarie che si evolvono ogni sei mesi – il Veneto continua a navigare con le mappe di vent’anni fa. Abbiamo una popolazione che invecchia rapidamente, RSA che scoppiano, liste d’attesa che si allungano, ma continuiamo a ragionare con categorie del Novecento: pubblico da una parte, privato dall’altra, e ognuno per i fatti suoi.

Il risultato? Un sistema schizofrenico dove chi lavora nel privato convenzionato guadagna meno di chi fa lo stesso lavoro nel pubblico, dove le RSA incassano pochi soldi pubblici e non riescono ad adeguare gli stipendi dei lavoratori, e il paziente riceve assistenza da personale sottopagato e demotivato. È un cortocircuito che danneggia tutti: lavoratori, pazienti, cittadini che pagano le tasse.

La richiesta dei sindacati di vincolare l’accreditamento al rinnovo dei contratti è solo il sintomo di un problema più grande: l’assenza totale di una strategia complessiva che riconosca il ruolo del privato accreditato nel sistema salute. Perché diciamolo chiaramente: se le Regioni non trasferiscono risorse adeguate ai privati accreditati, è ovvio che questi non possono rinnovare i contratti. È matematica elementare, non ideologia.

Il risultato di questa miopia è l’impoverimento progressivo dell’intero sistema privato accreditato, con conseguenze a cascata sui lavoratori e sui pazienti. I sindacati fanno il loro mestiere sacrosanto di difendere i diritti, ma sarebbe ora che le Regioni aprissero un tavolo serio con la sanità privata, mandando definitivamente in soffitta ogni riserva mentale sul ruolo del privato nel servizio pubblico.

La Regione Veneto non ha mai fatto quello che dovrebbe fare qualsiasi azienda seria quando il sistema va in crisi: fermarsi, analizzare, riprogettare, implementare. E soprattutto, non ha mai affrontato seriamente il tema del principio di sussidiarietà nei servizi sanitari.

Primo step: studiare davvero la situazione. Non le statistiche di facciata che fanno bella figura nei convegni, ma i dati veri. Quanti sono i lavoratori del sistema salute veneto? Quanto guadagnano? Quali sono le loro condizioni di lavoro? Quanto costa veramente garantire il diritto alla salute? Quali sono i bisogni reali dei pazienti? Dove si concentrano le criticità? Senza questa fotografia seria e aggiornata, qualsiasi intervento è improvvisazione.

Secondo step: una strategia complessiva che superi la falsa dicotomia pubblico-privato e che riconosca il principio di sussidiarietà come pilastro del sistema salute. Sarebbe ora che i nostri amministratori regionali si rileggessero Jacques Maritain, Emmanuel Mounier o anche solo Alcide De Gasperi per capire che la sussidiarietà non è un vezzo ideologico ma un principio di efficienza ed equità. Troppi analfabeti della politica guidano le istituzioni con piglio ragionieristico e pregiudizio medioevale, dimenticando che il privato accreditato non è il nemico da tenere sotto scacco ma un partner da valorizzare.

Se il privato convenzionato eroga servizio pubblico con soldi pubblici, deve rispettare gli stessi standard del pubblico. Ma deve anche essere messo nelle condizioni di farlo attraverso il giusto riconoscimento economico del proprio ruolo. Punto. Non può esistere un sistema a due velocità dove cambiano le regole a seconda di chi firma lo stipendio, ma nemmeno un sistema dove si pretende tutto dal privato senza dargli i mezzi per garantire standard adeguati. Il diritto costituzionale alla salute non prevede corsie preferenziali per chi ha la partita IVA.

Terzo step: l’upgrade normativo ed economico. Contratti unici, standard uniformi, percorsi formativi coordinati, sistemi informativi integrati. Un vero e proprio download di un nuovo software della salute che metta al centro il paziente e garantisca a chi lavora condizioni dignitose, indipendentemente dal tipo di struttura.

Ma per fare tutto questo serve quello che manca da troppo tempo: la volontà politica di ammettere che il re è nudo. Il “modello Veneto” tanto celebrato è un’illusione ottica costruita su equilibri precari e sfruttamento mascherato. Le eccellenze ci sono, ma galleggiano in un mare di contraddizioni e inefficienze che prima o poi presenteranno il conto.

L’emergenza Covid aveva fatto intravedere la possibilità di un cambio di passo. Pubblico e privato che lavoravano insieme, protocolli unificati, personale che si spostava dove serviva. Poi tutto è tornato come prima, anzi peggio. Come se quella lezione non fosse mai esistita.

Ora i sindacati rimettono il dito nella piaga con una richiesta che suona quasi banale: se lavori con i nostri soldi, rispetta chi lavora per te. Ma dietro questa richiesta c’è molto di più. C’è l’esigenza di un sistema che funzioni davvero, che non si regga sulla buona volontà di chi si sacrifica per pochi spiccioli, che garantisca il diritto alla salute senza scaricarne i costi sui più deboli.

La Regione Veneto ha l’occasione di dimostrare che il cambiamento è possibile. Di passare dalle chiacchiere ai fatti, dalla narrazione alla strategia, dagli annunci alle norme. Di aprire finalmente un confronto maturo con la sanità privata accreditata, riconoscendone il ruolo strategico e garantendo le risorse necessarie per svolgere questo ruolo con dignità. Di fare quello che nessuno ha mai avuto il coraggio di fare: ripensare completamente il sistema salute regionale partendo dai bisogni reali delle persone e dai principi costituzionali che dovrebbero guidare ogni scelta politica seria.

Tredici anni sono troppi per qualsiasi sistema informatico. Figuriamoci per quello che dovrebbe garantire la salute di cinque milioni di veneti. È ora di premere il tasto reset e ricominciare da capo. Con un software aggiornato, una strategia chiara e la consapevolezza che il diritto alla salute non è una concessione, ma un dovere costituzionale che non ammette scorciatoie.

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