di Redazione · Gennaio 3, 2026
I dati CGIA sul 2026 raccontano un cambio di ritmo: l’Emilia-Romagna accelera, il Nordest rallenta. Non è una crisi, è una scelta rimandata
Ci sono numeri che confortano e numeri che disturbano. Quelli diffusi dalla CGIA appartengono alla seconda categoria: non smentiscono la forza del Veneto, ma ne mettono in discussione l’automatismo. Nel 2025 lo sviluppo italiano è stato trainato proprio dal Veneto, con un +0,66% sul 2024. Un dato solido, quasi rassicurante. Ma la proiezione sul 2026 cambia il punto di vista: la locomotiva prevista diventa l’Emilia-Romagna, con un +0,86% sul 2025. Ventidue centesimi di distanza non sono un dettaglio tecnico. Sono un cambio di passo.
Dietro l’Emilia arrivano Lazio (+0,78), Piemonte (+0,74), Friuli Venezia Giulia e Lombardia (entrambe a +0,73). Il Veneto resta nel gruppo di testa, ma non guida più. Cresce, sì, ma meno di chi ha deciso di accelerare. E questo, più del ranking, è il messaggio politico dei numeri.
La CGIA spiega bene perché l’Emilia-Romagna corre di più: metalmeccanica che tiene, automotive che regge, biotecnologie che spingono. Settori pesanti, non mode. A questi si sommano un mercato del lavoro più stabile e investimenti pubblici mirati, accompagnati da strategie per innovazione ed export che non sono episodiche, ma strutturali. Non bandi una tantum, ma filiere seguite nel tempo.
La geografia provinciale rende il quadro ancora più netto. Nel 2026 la crescita del Pil più elevata è prevista a Varese (+1%). Subito dopo Bologna (+0,92), Reggio Emilia (+0,91), Biella (+0,90) e Ravenna (+0,89). Tra le prime quindici province italiane per crescita prevista, sei sono collocate lungo la via Emilia. Non è un caso. È il segno di un modello che funziona perché è coerente.
Il Veneto, dall’altra parte, continua a poggiare su fondamenta robuste: export, distretti, capacità imprenditoriale. Ma la spinta si attenua. Il +0,66% del 2025 diventa, nel 2026, una crescita che non accelera. È il tipico comportamento delle economie che vivono di rendita: solide, ma meno reattive; forti, ma più lente nel riposizionarsi. Non è declino, è inerzia. E l’inerzia, in una fase di trasformazione rapida, è una forma elegante di rischio.
Intanto il divario Nord-Sud torna a farsi sentire. Sicilia (+0,28), Basilicata (+0,25) e Calabria (+0,24) chiudono la classifica. Solo Enna (-0,02) e Ragusa (-0,05) segnano una lieve contrazione, mentre la Campania – soprattutto Napoli e Caserta – mostra segnali migliori. Ma la notizia più significativa non è il Sud che fatica. È il Nord che si differenzia al proprio interno. Tra chi pianifica e chi amministra. Tra chi investe in capitale umano e innovazione e chi continua a confidare nella capacità di resistere.
I numeri della CGIA non chiedono celebrazioni. Chiedono decisioni. Perché il Veneto non sta andando male. Sta semplicemente scoprendo di non essere immortale. Le locomotive non si fermano all’improvviso: a un certo punto smettono di essere davanti. E quando te ne accorgi dai dati previsionali, significa che il tempo per scegliere non è domani. È adesso.




