di Redazione · Ottobre 4, 2025
Confindustria si celebra, la politica si esibisce: nessuno decide.
A Gambellara si doveva parlare di industria, ma si è parlato di politica. Non per colpa della politica, ma per scelta di Confindustria. Il format del talk, con ministri, presidenti e giornalisti sul palco, non è stato un incidente: è stato un progetto. Un modo per mostrare la propria centralità, per dire “noi siamo il punto di equilibrio”, per certificare che Confindustria è ancora il luogo dove tutto accade.
Ma dietro l’ambizione del protagonismo si è consumata la rinuncia alla sostanza. Perché la politica ha recitato, ma il copione lo aveva scritto l’impresa. Il racconto di sé ha sostituito il programma. Il talk ha preso il posto della visione. E l’autocelebrazione – con il suo linguaggio levigato e il suo aplomb impeccabile – ha coperto il silenzio dei contenuti. L’assenza di Giancarlo Giorgetti è stata l’unico atto politico vero: un messaggio in forma di vuoto. Il resto, una successione ordinata di parole, applausi misurati e citazioni prevedibili. La Lega che si prepara a cambiare pelle, Fratelli d’Italia che prova già i toni della campagna, il centrosinistra che osserva educatamente. Zaia in transizione verso non si sa che cosa. Alberto Stefani che preferisce la Val d’Alpone dei viticoltori alla grisaglia blu degli aquilotti.
Ma se la politica si è esibita, è perché Confindustria le ha offerto la scena e il riflettore, illudendosi di controllarne la regia. Il risultato è paradossale: la politica debole e l’impresa compiaciuta si sono incontrate nel punto esatto della loro fragilità. Una cerca legittimazione, l’altra applausi. Una ha smarrito la visione, l’altra l’autorevolezza.
Così, a Gambellara, la discussione si è trasformata in una conversazione tra amici, direbbe Sally Rooney: elegante, riconoscibile, ma inconcludente. Non il luogo dove si disegna il futuro, ma quello dove ci si racconta di essere ancora importanti. Il talk come terapia collettiva di un sistema che non vuole più rischiare, ma solo rappresentarsi. E mentre si parlava di transizioni e di competitività, mancavano le parole che contano davvero: tempi, risorse, responsabilità.
Il talk è comodo perché non obbliga a decidere. Ma un Paese che si racconta invece di costruire, presto smette di crescere. Il titolo dell’assemblea era “Caos mondiale”. E forse, per una volta, non parlava del mondo. Parlava di noi: di una Confindustria che si celebra per sentirsi ancora centrale, e di una politica che si specchia per non sentirsi irrilevante.
Due debolezze che si riconoscono, si applaudono con garbo e si annullano a vicenda.




