di Redazione · Gennaio 22, 2024
Qualche settimana fa l’Agenzia per l’Italia digitale ha pubblicato una guida operativa per aiutare le amministrazioni pubbliche italiane ad individuare i set di dati “ad elevato valore”, cioè quei dati pubblici dal cui utilizzo potrebbero derivare «importanti benefici per la società, l’ambiente e l’economia, in considerazione della loro idoneità per la creazione di servizi, applicazioni a valore aggiunto», secondo la definizione che ne dà la direttiva (UE) 2019/1024 sugli open data, i cosiddetti “dati aperti” in gran parte prodotti e gestiti da istituzioni, agenzie e società pubbliche.
Di quali dati si tratta? Nell’enorme massa di dati generati e gestiti ogni giorno dal settore pubblico, non solo in Italia, la direttiva europea sugli open data riconosce “elevato valore” solo ad alcune categorie di dati; stiamo parlando dei dati geospaziali e di quelli relativi all’osservazione della terra, dei dati ambientali e meteorologici, dei dati statistici e di quelli relativi alle imprese e alla mobilità.
Facile immaginare quali e quanti servizi online utilizzino già dati di questo tipo per funzionare, portando sui nostri smartphone informazioni in tempo reale relative alle previsioni meteo, al traffico stradale, ai parcheggi disponibili in città o ai tempi di percorrenza dei mezzi pubblici, solo per citare alcuni esempi di applicazioni tra le più diffuse alimentate da set di dati pubblici.
Colpisce, tuttavia, l’assenza dall’elenco di dati che troviamo nella direttiva europea di dati aperti relativi alla sicurezza urbana, grazie ai quali sarebbe possibile fornire ai cittadini informazioni in tempo reale sulle situazioni di pericolo riferite a una specifica area geografica, riducendo così il rischio effettivo e prevenendo la diffusione del senso di insicurezza percepita,
alimentato dai fenomeni di degrado urbano e microcriminalità che interessano molte città.
Si tratta degli stessi dati che in altre parti del mondo alimentano applicazioni come Citizen (https://citizen.com), un’app molto diffusa negli Stati Uniti che, in città come New York, Los Angeles e Washington, consente ai cittadini di ricevere sul proprio smartphone, in tempo reale, aggiornamenti e notifiche su reati commessi, presenza di persone sospette, incidenti stradali e altri eventi critici per la sicurezza urbana che si verifichino nella zona della città in cui si trova l’utente.
Com’è possibile? Semplice: grazie ai set di dati resi disponibili dal numero di emergenza americano, il celebre 911, e associati alla posizione geografica dell’utente rilevata attraverso il GPS integrato nel dispositivo. A dimostrazione che – anche senza scomodare l’intelligenza artificiale – grazie ai dati aperti è possibile attivare servizi innovativi, intuitivi ed efficaci in grado di migliorare la percezione di sicurezza del cittadino.
Certo, servono i dati. Ed è proprio su questo fronte che dovrebbe concentrarsi chi naviga a vista nelle acque agitate della sicurezza urbana, spesso senza riuscire ad esprimere un orientamento, né a mettere a terra una proposta concreta o un progetto innovativo. Peccato, perché spesso i dati ci sono, ma li si dà per scontati e non se ne colgono le potenzialità, magari per mancanza delle competenze necessarie, finendo per investire a senso unico in tecnologie obsolete (la videosorveglianza ne è un esempio) che non assicurano un reale valore aggiunto per il cittadino.
È l’uso dei dati a fare di una città una vera smart city, con tutto ciò che ne consegue in termini di miglioramento della qualità della vita, perché i dati consentono a qualsiasi decisore, pubblico o privato, di conoscere un problema per capire come prevenirlo o dove intervenire per risolverlo. E l’esperienza dei famosi NYPD e LAPD americani ci conferma che vale anche per la sicurezza urbana.




