Imparassero

di Arrigo Abalti · Maggio 31, 2026

Venturini a Venezia, Masiero ad Arzignano, Giacomello a Lonigo: tre vittorie al primo turno e una lezione che il centrodestra di Vicenza ha due anni per imparare a memoria, prima di trovarsi davanti un Possamai cresciuto

 

C’è un verbo che oltretevere si pronuncia con la dolcezza di una benedizione e il taglio di una scudisciata: «imparassero». Lo si dice dei distratti, dei pigri, di chi siede su una poltrona e crede che la poltrona sia già un merito. Ecco la parola che il centrodestra di Vicenza dovrebbe coniugare tutte le mattine davanti allo specchio, perché tre uomini, in un lunedì di maggio, hanno fatto la cosa più difficile della politica contemporanea: hanno convinto qualcuno ad alzarsi dal divano.

Simone Venturini a Venezia, Riccardo Masiero ad Arzignano, Pierluigi Giacomello a Lonigo. Tre primi turni, nessun ballottaggio, e tre biografie che alla politica non entrano dalla porta principale dei partiti ma da quella di servizio dei territori. Venturini ha smentito i sondaggi che già lo davano per battuto e si è preso il Comune con la sua lista civica diventata la prima della città: uno scout di Marghera, formazione cattolica, consigliere a ventidue anni, che a Venezia era poco più di una scommessa e a fine spoglio era sindaco. Masiero ha sfondato il 68 per cento correndo non con l’apparato ma insieme all’apparato, polverizzando la Lega che lo aveva di fronte: un highlander della Liga Veneta Repubblica, sì, ma di apparato ne ha quanto un conciatore ha di poesia, cioè il giusto per farne un mestiere e non un’ideologia. Giacomello si è riconfermato con il sorriso di chi ripete a memoria un motto — «Lonigo non si ferma» — e intanto si ferma soltanto la concorrenza.

La metafora, se la si vuole tagliente, è agricola, e in Veneto le metafore agricole pesano come il fango d’inverno: un candidato non lo si paracaduta, lo si semina. Spesso le segreterie dei partiti credono di poter piantare una bandierina e svegliarsi con un consenso; e invece, altrettanto spesso, piantano la bandierina su un campo che nessuno ha arato, e si stupiscono che non nasca niente. Guicciardini chiamava «il particulare» quel vizio antico per cui ciascuno cura il proprio orticello e chiama strategia la difesa del proprio seggio. È il vizio dei maggiorenti: scambiare il perimetro per il campo, la tessera per il voto, la riunione per la città.

Perché è qui il punto, ed è l’unico: le candidature non si improvvisano e non si impongono dall’alto. Nella migliore delle ipotesi si condividono, e crescono con chi dovrà votarle. Nessuno dei tre ha una tessera che pesi più del nome proprio; tutti e tre hanno la stessa cifra — la moderazione come temperamento, non come tattica — e tutti e tre si fanno stimare anche dall’altra parte del campo, che in politica è la cosa più rara e la più difficile da fingere.

E allora va detta, la parola che a Vicenza nessuno osa più pronunciare per pudore o per amnesia: Venturini, Masiero, Giacomello sono democristiani. Non di tessera — la tessera non esiste più, il partito è morto da trent’anni — ma democristiani nei fatti. La Dc se n’è andata, ma lo stile e i contenuti della Dc camminano ancora, e camminano sulle gambe di chi, consapevole o no, ne ha ereditato la grammatica: il radicamento prima dell’ideologia, la piazza e la parrocchia prima della segreteria, l’arte di includere invece della voluttà di escludere. Quando don Sturzo chiamò a raccolta i «liberi e forti» non fondava un partito di apparato: fondava soprattutto un metodo. E quando De Gasperi — con la massima che gli si attribuisce — separava il politico, che guarda alle prossime elezioni, dallo statista, che guarda alle prossime generazioni, descriveva esattamente la differenza tra chi pianta una bandierina e chi semina un consenso. Sturzo è il metodo, De Gasperi è la misura del tempo. Non li si cita per erudizione: li si cita perché sono ancora vivi, travestiti da sindaci civici.

Ironia vuole che a Vicenza questa grammatica abbia già vinto una volta, ma con la maglia avversaria. Giacomo Possamai, il sindaco del Partito democratico, è stato fotografato fin dal primo giorno per ciò che è: un giovane democristiano cresciuto a sinistra, capace di presentarsi quasi in solitaria nel 2023 e di raccogliere le liste strada facendo, una dopo l’altra, compresa quella di Matteo Tosetto — un uomo che a centrodestra ha passato una vita e il cui cuore, probabilmente, batte ancora per Forza Italia. Possamai ha vinto da democristiano contro un centrodestra che aveva dimenticato di esserlo. Questa è la verità scomoda: a Vicenza non si fronteggiano una destra e una sinistra, si fronteggiano due interpretazioni dello stesso metodo, e per ora quella di Possamai è la più convincente.

Tra due anni quel metodo arriverà più forte. Possamai non sarà più il candidato dei cinquecento voti di scarto: avrà il centrosinistra al completo, le aree dissidenti uscite dal centrodestra e quella zona grigia dei moderati che a Vicenza non si conquista per acclamazione ma per fiducia, e che non perdona chi la dà per scontata. Sarà, dicono, una gioiosa macchina da guerra. Conviene ricordare a chi già accarezza la bandiera bianca che l’espressione è di Achille Occhetto, e che la sua, di gioiosa macchina da guerra, finì sconfitta. La storia non si ripete, ma rima: né per chi sottovaluta l’avversario, né per chi si arrende prima di giocare.

Il consiglio non richiesto, dunque, è uno solo. Invece di guardarsi dentro, di contarsi e ricontarsi nel fortino, il centrodestra di Vicenza guardi oltre il proprio perimetro. Oltre se stesso. Cerchi l’uomo, o magari la donna, che abbia ciò che oggi gli manca: un radicamento che non sia una corrente, una moderazione che non sia timidezza, un profilo che la sinistra sia costretta a stimare. Perché per battere un democristiano serve un democristiano migliore — e non lo si trova in segreteria, dato che la segreteria è precisamente ciò che il metodo della Dc aveva imparato a scavalcare. Imparassero, allora, da Venturini, da Masiero, da Giacomello.

Hanno due anni di tempo e un solo concetto da mandare a memoria. Perché chi cerca il sindaco dentro la segreteria, alla fine, troverà soltanto la segreteria.

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