La foto dei pretoriani

di Arrigo Abalti · Giugno 1, 2026

Zaia al centro, intorno a lui i fedeli di un sistema in crisi 

 

Guardate bene questa foto. È un’opera d’arte involontaria. Il genere che solo la politica sa produrre: il ritratto di un gruppo che si sta sgretolando. Ovviamente è una foto dei tempi dello Zaiastan.

Sono lì, davanti a un muro trevigiano — pietre vecchie, come si conviene a chi costruisce su fondamenta altrui — e sorridono. Luca Zaia al centro, ovviamente. Al centro sempre. L’uomo che ha governato il Veneto per quindici anni, che ha trasformato la Lega in un partito personale e la Regione più ricca d’Italia in una provincia del suo nome. Intorno a lui, la corte. I pretoriani. L’elenco completo delle fedeltà.

Uno per uno, vediamoli.

Luca Zaia. Al centro, come sempre. Vent’anni fa era il giovane presidente della Provincia di Treviso. Quindici anni fa prendeva Palazzo Balbi. A novembre 2025 ha raccolto 203mila preferenze in tutta la regione, un exploit che gli è valso il titolo di “mister preferenze” e lo scranno di presidente del Consiglio regionale.  Un re in esilio che non è mai andato in esilio. Ha cambiato stanza. Dalla stanza dove si decide a quella dove si osserva. Dalla poltrona dove si governa a quella dove si convoca. È ancora il centro di ogni fotografia. È ancora l’uomo che molti aspettano. La differenza è che adesso aspettare è diventato il suo mestiere. E nel frattempo, quasi senza volerlo, con quei 203mila voti concentrati su di lui, ha risucchiato le preferenze che sarebbero spettate ai suoi stessi uomini, lasciandoli a secco sulla riva. Il re così amato che la sua popolarità ha demolito la sua stessa classe dirigente.

Alberto Villanova. Era il supercapogruppo — infallibile, lo chiamavano, da pontefice di palazzo Ferro Fini. Era entrato nella Lega nel 2009, scalando rapidamente ogni livello: assessore comunale a Pieve di Soligo, assessore provinciale a Treviso, consigliere regionale per due mandati, presidente del potente intergruppo zaian-leghista.  Poi novembre 2025: non rieletto, primo dei non eletti, 4.955 preferenze contro le 48.253 di Zaia che gli ha risucchiato i voti davanti. Sei mesi di silenzio, di attesa, di telefonate che non arrivano – ha dichiarato alla stampa -. Alberto Stefani? Mai sentito. Luca Zaia? Strade diverse.  Poi il 19 maggio 2026, in diretta su Antenna Tre, l’annuncio. «Una scelta tanto sofferta quanto inevitabile: non ho rinnovato la tessera della Lega. Chi mi conosce sa quanto io abbia dato a quella che per anni è stata la mia casa politica, mettendoci sempre la faccia, anche nei momenti difficili».  «Non passo a nessun altro partito. Non ci sono poltrone da rincorrere o accordi sottobanco. Per me la politica è passione e condivisione di valori; quando questi vengono meno, l’unica scelta dignitosa è fare un passo indietro». – Le malelingue in realtà lo danno in trattativa verso Vannacci. – Diciassette anni. Liquidati con un post sui social e una tessera non rinnovata. La scelta di Villanova, dopo 17 anni di militanza, è il segnale più visibile di un malessere che attraversa il Carroccio veneto dall’alto verso il basso. La casa politica che non apre più la porta.

Sonia Brescacin. Rieletta, sì — ma esclusa dall’assegnazione degli assessorati nella nuova giunta, ha aderito al gruppo Misto. Consigliera riconfermata dai cittadini, ripudiata dal potere. Il gruppo Misto è il purgatorio della politica veneta: ci finisci quando sei abbastanza visibile da non poter essere ignorata, e abbastanza scomoda da non poter essere inclusa. Brescacin è lì, unico componente del suo gruppo consiliare.  Un arcipelago di una sola roccia, in mezzo a un mare che non le appartiene più.

Elisa De Berti. Vice presidente del Veneto nel terzo governo Zaia, assessore a Infrastrutture, Giustizia, Trasporti. Per 24 ore indicata persino alla successione a Zaia.  La donna più potente della Lega veneta nell’ultimo quinquennio. Oggi? Consigliera delegata alle infrastrutture e all’attuazione del programma nel governo Stefani — una delega senza portafoglio, senza giunta, senza peso reale. Da vicepresidente della Regione più ricca d’Italia a “delegata all’attuazione del programma”. Traduzione: esegui quello che altri hanno deciso. Il declassamento più elegante della stagione, confezionato in un titolo che suona quasi come una promozione.

Roberto Ciambetti. Eletto consigliere regionale per la prima volta nel 2005, e in quella stagione fece il capogruppo in consiglio, non ha mai perso un’elezione in vent’anni. Dal 2010 al 2015 assessore regionale al Bilancio nel governo Zaia  — il ragioniere del regno, l’uomo che teneva i conti dell’impero. Poi, presidente del Consiglio regionale per due mandati consecutivi, dal 2015 al 2025, rieletto la seconda volta con 37 voti su 51, una maggioranza trasversale che lo rendeva l’uomo di tutti.  Vent’anni filati. Nessuna caduta, nessuna sconfitta, nessuna crisi. Poi novembre 2025: a Vicenza prende 3.753 preferenze e finisce tra i non eletti.  Il sistema non lo ha cacciato. Ha fatto qualcosa di più raffinato e crudele: gli ha messo accanto, nella stessa lista, Lanzarin con 10.025 voti, Bevilacqua con 8.425, Zecchinato con 5.240.  Tre nomi. Tre tessere nel suo spazio. Zero spazio rimasto per lui. Vent’anni di fedeltà, liquidati senza una lettera di licenziamento, senza un atto formale, con la sola geometria delle preferenze. Ha lasciato il suo ufficio il 15 dicembre dicendo «porto via solo me stesso».  La panchina più silenziosa della storia leghista veneta.

Milena Cecchetto. Era arrivata in consiglio regionale nel 2020, subentrata a Manuela Lanzarin dopo che Zaia aveva richiamato l’assessore in giunta. Non un’eletta facile della Lista Zaia, dove bastavano poche preferenze per essere eletti grazie alla valanga del brand. Lei viene candidata nella lista della Lega, ma la spunta. Poi ci ha lavorato, ci ha creduto, ha resistito fino all’ultimo giorno del mandato.  Si è ricandidata a novembre 2025. È rimasta fuori perché nel Vicentino la Lega ha eletto Lanzarin, Bevilacqua e Zecchinato  — e Bevilacqua, sindaca di Arzignano, le ha occupato esattamente il territorio: l’ovest vicentino, il bacino di Montecchio, il suo cortile. Non l’hanno eliminata con un voto, con una telefonata, con un congresso. Le hanno costruito accanto qualcuno nello stesso spazio geografico. E lei, seconda tra i non eletti a Vicenza,  ha dovuto guardare il suo posto occupato da un’altra. La tigre di Montecchio, in gabbia. Senza che nessuno avesse girato la chiave. Telefonate da Zaia? Nessuna.

Marco Dolfin. Consigliere regionale uscente, segretario della Lega a Chioggia. Primo degli esclusi nella circoscrizione veneziana: il boom di preferenze di Zaia ha scombinato i piani, e Dolfin — peso massimo del Carroccio nel Chioggiotto — è rimasto fuori.  Chioggia, la città lagunare che della Lega è sempre stata fortezza, non ha prodotto abbastanza voti per salvare il suo uomo più rappresentativo. Non è stata sconfitta politica: è stata aritmetica. Fredda, indifferente, definitiva.

Francesca Scatto. Consigliera regionale del Gruppo Zaia Presidente, presidente della Sesta commissione — turismo, cultura, lavoro, sport — nella legislatura 2020-2025.  Candidata per Venezia alle regionali 2025, non eletta. Cinque anni a presiedere una commissione, a rappresentare gli interessi di un territorio che non l’ha riconfermata. Fuori anche lei, silenziosa, senza uno strascico polemico. La sparizione più ordinata dell’intera lista.

Erik Pretto. Il caso più fresco. Il più istruttivo. Deputato alla Camera dal 2018, due mandati, segretario provinciale della Liga Veneta di Vicenza, uomo del sistema zaiano nella filiera parlamentare.  Oggi? La Lega gli ha avviato un iter disciplinare per quote mensili non versate al partito — i contributi obbligatori che ogni eletto deve versare, tra mille e duemila euro al mese. Il provvedimento è stato avviato solo per lui, tra i tanti morosi, e non sembra un caso: il suo nome girava nei retroscena come possibile uscente verso Futuro Nazionale di Vannacci.  Pretto ha risposto al Foglio definendo la vicenda «un atto di bullismo» e «un attacco strumentale», avanzando un’ipotesi precisa: le vere ragioni starebbero nelle sue velleità di diventare segretario della Liga Veneta, ora commissariata, e nelle «legittime perplessità» espresse sulla gestione del partito in Veneto. Sul fronte Vannacci, si è definito «in vigile attesa».  In Transatlantico il suo nome circola tra i possibili nuovi ingressi nel partito del generale.  Un piede fuori, uno dentro, e la porta socchiusa su almeno due destinazioni diverse — Futuro Nazionale o Forza Italia. È il pretoriano che non aspetta più. È il pretoriano che comincia a guardarsi intorno. E quando i pretoriani cominciano a guardarsi intorno, significa che sanno già come finisce.

C’è una domanda che questa foto non fa, ma impone.

Cosa tiene insieme queste persone, adesso che il potere che le univa non c’è più?

La risposta è lui. Solo lui. Ma è una risposta che rivela il paradosso: Zaia ha tenuto insieme i suoi uomini per quindici anni con la forza della vittoria. Ora li tiene insieme con la forza della nostalgia. Non è la stessa cosa. La vittoria mobilita. La nostalgia consola. Ma non vota, non delibera, non governa. Ma la domanda vera è: quanto sono ancora zaiani i personaggi della foto?

Il vero meccanismo di questa storia non è la defenestrazione. È la sovrapposizione. Non ti cacciano — ti coprono. Mettono qualcuno sopra di te nello stesso territorio, nella stessa lista, con le stesse preferenze potenziali. E aspettano. La matematica fa il resto, senza lasciare impronte digitali. Bevilacqua sopra Cecchetto. Lanzarin sopra Ciambetti. Paola Roma — giovane, assessora, già dentro il sistema Stefani — al posto dell’intero assetto trevigiano. Treviso, che nell’impero zaiano era il centro del mondo, ha conquistato un solo assessorato nel nuovo governo. Uno.

Ma adesso qualcosa si sta rompendo anche nella geometria silenziosa. Villanova non ha rinnovato la tessera. Pretto è in vigile attesa. In Veneto sarebbero diversi gli amministratori che non rinnovano, circoli che si svuotano, ex dirigenti che guardano con interesse a nuovi soggetti politici. La dissoluzione non è più solo matematica. Sta diventando scelta. E la scelta fa più rumore dell’aritmetica.

Guardate ancora questa foto.

Sono felici. O almeno sorridono. Come si sorride tra vecchi commilitoni di una guerra non ancora dichiarata persa: con quella malinconia allegra di chi sa che le battaglie migliori sono già state combattute, e che il futuro è essenzialmente un lungo ricordo del passato.

Zaia è al centro. Sorridente. Presidente del Consiglio regionale. Ha preso lo scranno che era di Ciambetti — quello stesso Ciambetti che, nel giorno del commiato, ha detto: «Porto via solo me stesso».

Il re ha cambiato palazzo. I pretoriani aspettano nel cortile, o forse no. Forse si stanno guardando intorno perchè il telefono piange e non suona.

Il cortile è bellissimo.

Ma non è più il palazzo.

 

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