Papa e antipapa

di Arrigo Abalti · Maggio 30, 2026

Il papa di Avignone c’è e si muove già da tempo da capo di stato

 

Il dettaglio, in questa storia della Lega che torna a Treviso per “confrontarsi”, che vale più di tutti i sondaggi messi in fila merita una riga in più – di inchiostro ovviamente -. Ed è che mentre Salvini convoca la sua due giorni, Zaia scrive un libro e va a trovare Marina Berlusconi. Non rilascia un’intervista, non manda un messaggio agli amici: scrive un libro e fa una gita ad Arcore. Che è il modo in cui, in politica, si comunica una cosa precisa: io ho una visione, tu hai una scadenza.

Funziona così, ormai da mesi. Salvini fa il segretario. Zaia fa il leader. Sono due mestieri diversi e li svolgono due persone diverse, e questo è già tutto il problema della Lega riassunto in una riga.

Perché vediamo la scena. Da una parte il segretario eletto a Firenze fino al 2029, che però deve spostare la data del proprio congresso per non pestare i piedi a Papa Leone in visita al nord. Dall’altra l’ex governatore apparentemente a fine corsa, invece di spegnersi si moltiplica: il libro, le balle di fieno, lo showman che parla la lingua del Veneto profondo, e soprattutto le visite. Marina Berlusconi. Giorgia Meloni. Zaia le incontra. Da pari. E qui sta il punto che a Salvini dovrebbe togliere il sonno più del 5,9 per cento: un vicesegretario chiede udienza, un leader riceve. Zaia riceve.

L’avevano chiamato il doge, il governatore eterno, l’uomo dei 200mila voti personali che in Veneto ha doppiato Fratelli d’Italia. Adesso si è capito cos’è davvero. È il papa di Avignone. Quello che non siede sul trono di Roma ma ha la corte più ricca, i fedeli più convinti, e un’idea precisa di dove debba andare la Chiesa. Lo scisma, nella Lega, non è una minaccia per il futuro. È la fotografia del presente. Due papi, un solo statuto. Risorsa o problema? Risorsa elettorale sicuramente, ma anche grosso problema politico per Salvini e i Lumbard.

E si capisce anche perché Vannacci, in tutto questo, sia un problema più piccolo di quanto sembri. Vannacci erode da fuori, è il concorrente che ti porta via le tessere e i delusi, che arruola gli ex (l’emorragia è iniziata anche in Veneto e sono più i leghisti illustri che stanno col Generale che i Fratelli. L’ultimo in ordine di arruolamento sembra sia l’ex capogruppo e pretoriano di Zaia, Villanova) e ti fiata sul collo nei sondaggi: roba seria, per carità, ma è aritmetica. Zaia è un’altra cosa. Non contesta il segretario: lo svuota. Non gli dice “sei sbagliato”, gli dice — con ogni libro, ogni stretta di mano, ogni comparsata — “sei superfluo”. Che è infinitamente peggio. È la miglior finzione sul palco del teatrino della poltica italiana.

Tutto il resto è teologia. La Lega original, il federalismo, il modello Cdu-Csu, la legge elettorale che condanna i collegi del nord proprio dove la Lega è ancora viva: sono le buone ragioni. Esistono, sono perfino fondate. Ma vengono dopo. Vengono a giustificare una sovranità che ad Avignone è già operativa. Zaia non chiede il congresso per diventare segretario. Lo chiede per far ratificare un potere che esercita già. È la differenza tra chi conquista una cosa e chi si limita a metterla a verbale.

E allora Treviso. Il fronte del nord giura che a Zaia basterebbero le rassicurazioni, un partito federale dove la linea la fanno i territori e non il coordinamento calato da Roma. Magari. Ma i concili che chiudono gli scismi, storicamente, hanno una regola sola: per fare un papa, di solito bisogna deporne uno. E Salvini lo sa benissimo. Per questo tergiversa, sposta, rinvia, ma vuole Zaia seduto lì per segnare la sua secondarietà. L’altro risponde con la proposta di convocare il congresso, quello che lo metterebbe in discussione, che nella lingua della poltica significa aver già abdicato a metà.

 

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