In Emilia-Romagna il Covid non è finito. È tornato sotto forma di delibera

di Arrigo Abalti · Luglio 28, 2025

Il Covid è passato, i conti no. La Regione Emilia-Romagna cancella le promesse agli ospedali accreditati. E adesso la sanità integrata rischia di diventare una leggenda contabile

 

A Bologna si dice che l’emergenza è finita. Ma solo per i comunicati stampa. Perché in Emilia-Romagna il Covid è tornato, non sotto forma di virus, ma sotto forma di delibera. Di quelle che si cancellano in autotutela, come se la pandemia fosse stata solo un’eccedenza di protocollo.

È successo questo: nel 2020, durante l’emergenza, la Regione chiede ai privati accreditati — quelli con i letti, i medici e le strutture — di restare aperti. Anche se non potevano fare prestazioni. Anche se i bilanci cadevano a pezzi. Anche se non c’erano ammortizzatori. In cambio, viene promesso un ristoro. Poi una delibera. Poi un acconto. Poi — quattro anni dopo — una revoca.

Aiop, che rappresenta oltre 40 strutture da Rimini a Piacenza, riceve la notizia come una doccia scozzese, e non metaforica: dalla Regione comunicano che quei soldi forse non spettano. O che forse sì, ma bisogna rivedere tutto. E così, mentre si discute di bilanci, ci si dimentica della collaborazione. Quella vera, fatta nei giorni dei camion militari e dei pronto soccorso trasformati in trincea.

La Regione dice che è una questione tecnica. E in effetti lo è: il finanziamento del Sistema Sanitario Nazionale non basta più, e le Regioni, tutte, si stanno arrangiando. Alcune alzano le tasse. Altre tagliano le convenzioni. Altre ancora riscrivono le regole mentre il gioco è già iniziato. L’Emilia-Romagna fa tutto questo insieme, con la gentilezza dell’assessore Fabi e la fermezza amministrativa del presidente De Pascale. “Non possiamo rimborsare più di quanto ci consente la normativa”, dicono. Ma intanto, chi ha garantito il servizio nel momento più difficile oggi si ritrova in attesa di capire se il conto è da pagare o da ricevere.

Qui non si parla del Governo, che – invece – ha fatto il suo. La legge di bilancio ha aumentato le risorse per la sanità, anche per il privato accreditato. Ma sono le Regioni che poi decidono come e a chi girare quei fondi. E l’Emilia-Romagna, che da sempre chiede più autonomia, gestisce la sanità come fosse una collezione privata: ogni struttura una linea di bilancio, ogni prestazione una deroga da autorizzare.

C’è un’idea nobile dietro: salvare il pubblico. Ma c’è anche un equivoco: che per salvare il pubblico serva mettere in discussione il privato. Che per garantire il bilancio, si possa sacrificare la collaborazione. Che per proteggere il sistema, si possa smentire la memoria.

Nel frattempo, i pazienti di altre regioni continuano a scegliere le strutture accreditate emiliano-romagnole. Ma anche qui arriva il tetto. È obbligatorio, dicono. Ma suona come una contraddizione: si vieta il merito per non disturbare la contabilità.

La verità è che nessuno ha il coraggio di dirlo a voce alta, ma il patto tra pubblico e privato si sta sfaldando silenziosamente. A furia di tabelle, codici ministeriali, interpretazioni normative e revisioni “in autotutela”. E quando salta un patto, non lo ricompone un comunicato congiunto.

Si dice che la sanità sia un sistema. Ma oggi assomiglia più a una serie di compartimenti stagni. Ognuno con il suo problema. Ognuno con la sua urgenza. E il privato accreditato — quello che cura i pazienti pubblici — è diventato il capro espiatorio di ogni passaggio difficile. Sta al margine: importante, ma rimovibile. Essenziale, ma sospettato. Presente, ma non troppo.

Così in Emilia-Romagna si inventa un nuovo genere: la pandemia amministrativa. Dove il virus non è biologico, ma normativo. E le mascherine non servono più: bastano le coperture di bilancio. E la distanza, stavolta, non è sociale, ma politica.

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