La diaspora che non è mai finita

di Arrigo Abalti · Dicembre 7, 2025

Alla Fondazione di Storia Sociale e Religiosa, la presentazione del libro di Andrea Vezzaro sulla fine della DC

 

Ci sono libri che non si limitano a raccontare ciò che è stato. Raccontano ciò che, ostinatamente, continua a scorrere sotto la pelle della nostra politica. Il lavoro di Andrea Vezzaro sulla diaspora democristiana appartiene a questa categoria: un libro che parla di una fine, certo, ma anche di tutto ciò che quella fine ha lasciato in sospeso.

A Vicenza ci si ritrova in un salone affrescato, quasi una piccola aula della memoria, siamo nel palazzo che ospita la sede della Fondazione di Storia sociale e religiosa, un istituto che ebbe due padri democristiani del lignaggio di Mariano Rumor e Gabriele De Rosa.
E, come sempre accade quando la Dc torna in una stanza, spuntano fuori storie che sembrano scampate alla polvere degli archivi: l’amicizia fraterna e poco nota – per chi non ha conosciuto da dentro il mondo del grande statista – tra Mariano Rumor e Giuseppe Dossetti; il viaggio coraggioso di Rumor in Cile, ai tempi di Pinochet, per commemorare Eduardo Frei da una tomba, senza microfono, contando solo sulla forza della propria autorevolezza.

Sono episodi che oggi ci appaiono remoti e struggenti. Lo diventano ancora di più quando a rievocarli è Pierluigi Castagnetti, che di quella tradizione è stato un testimone privilegiato.

Il libro di Vezzaro ci riporta poi a piazza del Gesù, al palazzo Cenci Bolognetti, gli ultimi metri di un’epoca che va dissolvendosi. Tangentopoli, la frammentazione del Parlamento, le stragi mafiose, la crisi finanziaria: un intero sistema che si accascia su se stesso. Ma la verità – amara, ineludibile – è che la storia aveva già scelto un’altra direzione. Che la Dc è finita perché il suo compito, in qualche modo, era compiuto. O forse perché i democristiani come Rumor non c’erano più. Non fu solo il campanello della Storia a far crollare la DC, ma soprattutto la mediocrità della classe dirigente di allora. Stanca, altezzosa e autoreferenziale. I comunisti si rimisero in cammino, i democristiani scapparono.

E proprio mentre si discute di questo, arrivano due saluti che aggiungono un altro strato di senso. Il sindaco Giacomo Possamai, con la consueta grazia generazionale, ricorda che «la diaspora dei democristiani non è mai finita». Impossibile contraddirlo: i rami di quell’antico albero continuano, ancora oggi, a intrecciarsi in mille rivoli della nostra politica.

Poi interviene Stefano Fracasso, e offre una riflessione che colpisce per la sua semplicità: «La Dc era il partito della mediazione. E la mediazione richiede tempo». Una frase che sembra quasi una reprimenda dolce alla politica di oggi, fatta di instant decision, di reazioni d’istinto, di processi senza sedimentazione.

E proprio qui emerge un dettaglio che, guardando in sala, dà alla serata un contorno curioso, quasi un piccolo paradosso storico. A ricordare la fine della Dc sono, ancora una volta, quelli che nella Dc rappresentavano la minoranza: la sinistra democristiana. Coloro che poi avrebbero costruito, con i Ds, il nuovo centrosinistra degli anni Novanta.

Manca invece – e mancherà forse per sempre – la voce di chi, in Veneto come a Vicenza, era maggioranza: i dorotei. I più rappresentativi, i più radicati, i più longevi. I portatori autentici dello stile democristiano. Quelli che, a differenza dei dinosauri, sono ancora in giro. Ma che nessuno chiama, che nessuno cita. Peccato. Perché una memoria senza contraddittorio rischia di somigliare a un album fotografico in cui ci si autoritrae sempre migliori di quanto si sia stati.

E la sinistra Dc, bisogna ammetterlo senza polemiche, non ha perso neppure dopo trent’anni il suo piccolo, altezzoso “complesso dei migliori”.

Eppure, al di là delle omissioni, la serata lascia una sensazione precisa: che la Dc non fosse soltanto un partito, ma un metodo, un carattere, una lente con cui osservare il Paese. Oggi, nell’epoca dei post, quella lente manca. E forse è per questo che molti rimpiangono una scuola della politica che pretendeva studio, gavetta, fatica, mediazione. E, soprattutto, tempo.

Così, tra una citazione e un aneddoto, si arriva a una conclusione quasi inevitabile.

Che non moriremo democristiani per quello che siamo stati.

Ma per ciò che continuiamo, ostinatamente, a cercare: un equilibrio che non semplifica il mondo, ma prova almeno a capirlo.

E che, forse, sapeva farlo meglio di noi.

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