di Redazione · Agosto 26, 2026
Andrea Crisanti si dichiara disponibile per la segreteria veneta del Pd. Come si dichiarò disponibile, un anno fa, per la corsa contro Alberto Stefani. Diagnosi di una malattia che in politica non dà febbre: si chiama autocandidatura
C’è una condizione clinica che il senatore Andrea Crisanti conosce meglio di chiunque altro in questo Paese, avendola spiegata per due anni in prima serata a un popolo di ottantasei milioni di epidemiologi: il portatore asintomatico. Uno ce l’ha, il virus. Lo trasmette. Non ha la febbre, non tossisce, non si sente male. Anzi: si sente benissimo. È quello il bello del contagio silente — l’unico che non se ne accorge è il contagiato.
Ecco. Da ieri la politica veneta ha il suo portatore asintomatico della segreteria regionale del Partito democratico. «È vero, ho espresso la mia disponibilità.»
Disponibilità. Si scrive così e si legge voglio la poltrona, ma nessun tampone lo rileva, perché la carica virale dell’ambizione — in Italia — è sempre bassissima. Nessuno vuole niente. Nessuno chiede niente. Tutti sono disponibili, come i posti auto, come i tavoli alle otto, come le camere con vista. Il verbo è passivo per costruzione anatomica: disponibile è chi giace a disposizione d’altri, immobile, in attesa che qualcuno lo prenda. Un candidato agisce, e agendo rischia di perdere. Un disponibile no: sta lì, si offre al prelievo, e se poi il partito non lo raccoglie sarà il partito ad avere sbagliato analisi.
Non è il primo ciclo. Ed è qui che la cartella clinica diventa interessante, perché la frase è la stessa. Identica. Quando il centrosinistra veneto cercava un nome da opporre ad Alberto Stefani, il Giornale di Vicenza titolava «Crisanti, candidato a governatore» e sotto, virgolettate, c’erano queste parole: «Se c’è da correre per il Veneto io sono disponibile». Disponibile. Stesso vocabolo, stessa costruzione passiva, stesso se c’è da che scarica sull’universo mondo l’onere della chiamata. Poi nessuno gli rispose e il suo nome fu accantonato, e lui giudicò bontà sua «tardiva» la propria eventuale candidatura: il modo raffinato di dichiararsi guarito prima ancora di essersi ammalato. Corse Giovanni Manildo. Perse. Il disponibile, invece, restò disponibile — condizione superiore, perché immune alle sconfitte. Si può perdere soltanto scendendo in campo. Restando sul bordo si resta eternamente potenziali, eternamente all’altezza, eternamente non smentiti. Soprattutto non voluti.
Poi ci sono le motivazioni, e qui il quadro clinico si fa spettacolare. Perché mai un senatore dovrebbe volere la segreteria regionale del suo partito? Per il Veneto? Per i circoli? Per una linea politica? No. «L’esperienza in politica mi sta piacendo molto: gratificante, utile per me. Ho voglia di conoscere persone nuove.» Ho voglia di conoscere persone nuove. Non è un programma congressuale, è un profilo su un’app di incontri. Il Pd veneto, che negli ultimi tre anni ha perso una regione, un capoluogo e la parola, viene corteggiato da un aspirante segretario che vi cerca socialità. Portate il vino.
E c’è il capolavoro, il momento in cui la clinica sconfina nella metafisica: «Dopo un eventuale primo mandato, non mi ricandiderei più». Rileggiamolo insieme, con calma. Un uomo che non è candidato annuncia solennemente che non si ricandiderà al termine di un mandato che non ha ottenuto, in una carica che non ricopre, per un partito che non l’ha scelto. È il decorso di una malattia mai contratta. È la quarantena preventiva di un negativo. È — soprattutto — la rassicurazione che l’ospite mangerà poco e se ne andrà presto, rivolta a maggiorenti che non l’hanno ancora invitato a cena.
Manca solo la clausola, e infatti arriva: «Ci sono solo a patto di una candidatura unitaria». Cioè: ci sono purché non ci sia partita. In un congresso senza commissione di garanzia, con Matteo Favero dato in pole, sette province da convocare e il vicentino Angelo Guzzo che circola nei sussurri, chiedere l’unanimità significa essersi già procurato l’alibi. Se l’accordo salta — e salterà — l’inadempiente non sarà chi si era offerto: sarà il partito che non ha saputo meritarselo.
La Rochefoucauld scrisse che l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù. La disponibilità è l’omaggio che l’ambizione rende al pudore: un inchino di tre secondi, giusto il tempo di sedersi.
Il paradosso è tutto qui, e non riguarda solo un uomo: riguarda un partito che da anni cerca qualcuno disposto a metterci la faccia e trova soltanto gente che la mette a disposizione. Sono due cose diverse. La prima è un rischio. La seconda è un’offerta di servizio con diritto di recesso. La prima produce leader, la seconda produce comunicati e, ogni tanto, un’intervista di ferragosto.
Intanto si chiude l’era di Andrea Martella, uscito con le ossa rotte dalla corsa per Venezia. Le ossa rotte, converrà ricordarlo, se le fa soltanto chi corre.
Perché un partito che non trova candidati ma solo disponibili non ha un problema di uomini: ha un problema di coraggio. E il coraggio, a differenza della disponibilità, non si dichiara ai giornali. Si misura dopo, da come uno resta in piedi quando ha perduto.




