La madre non è una sola

di Arrigo Abalti · Maggio 22, 2025

Fa già discutere la sentenza della Corte Costituzionale

 

La Corte Costituzionale ha fatto quello che fa sempre quando la politica non ha il coraggio di sporcarsi le mani: ha deciso al posto suo. Con una sentenza che spacca in due il Paese – come se già non fosse abbastanza diviso – ha bocciato il divieto di riconoscimento alla madre intenzionale nei casi di PMA per coppie lesbiche. Tradotto dal giuridichese: se due donne vanno all’estero a fare un figlio insieme, lo Stato italiano deve riconoscerle entrambe come genitori. Punto. Non ci sono sconti, non ci sono distinguo, non ci sono tatticismi da Palazzo.

È una rivoluzione silenziosa che fa più rumore di mille comizi. Perché dice una cosa semplice ma devastante: la famiglia non è più quella del Mulino Bianco. Non è più papà, mamma e due bambini biondi che fanno colazione con i biscotti. È un arcipelago di affetti, responsabilità, progetti condivisi. È tutto quello che funziona, anche quando non assomiglia al copione che ci hanno insegnato a memoria.

Ma l’Italia è l’arte del sì-però. E infatti la Consulta, dopo aver aperto una porta, ne tiene chiusa un’altra. Le donne single? Quelle possono aspettare. Per loro, dice la Corte, non è “irragionevole” negare la PMA. Come dire: i diritti civili li diamo col contagocce, uno alla volta, senza fretta. Non sia mai che la società si evolva troppo in fretta e ci ritroviamo nel futuro senza accorgercene.

E qui casca l’asino della retorica contemporanea: perché si parla sempre e solo di donne? Come se la genitorialità fosse un club esclusivo, un brevetto femminile da proteggere dalle intrusioni maschili. Gli uomini single che vorrebbero diventare padri tramite maternità surrogata o adozione sono fantasmi nel dibattito pubblico. Invisibili. Come se il desiderio di paternità fosse meno nobile, meno autentico, meno degno di tutela. Il medioevo femminista – quello che predica parità ma pratica privilegi – ha trasformato la genitorialità in una questione di genere invece che di diritti. E così mentre si discute del “corpo delle donne”, si dimentica che la famiglia è un progetto che riguarda tutti, indipendentemente da quello che c’è scritto sulla carta d’identità.

E allora ecco il solito balletto: chi esulta come se avesse vinto lo scudetto, chi si strappa le vesti come se fosse crollato il mondo. Nel mezzo, i bambini. Quelli veri, non quelli dei manifesti elettorali. Bambini che hanno due madri e aspettano che qualcuno lo metta nero su bianco. Bambini che non sanno di essere al centro di una battaglia ideologica, ma sanno benissimo cosa significa avere una famiglia che li ama.

Nel Veneto – terra di campanili e di certezze granitiche – queste sentenze fanno lo stesso effetto di un sasso nello stagno. Cerchi concentrici di imbarazzo, prudenze tattiche, silenzi assordanti. La Regione che per anni ha tenuto le unioni civili fuori dalla porta di casa ora si ritrova a fare i conti con una realtà che non si può più ignorare. Le famiglie arcobaleno non sono un’invenzione dei centri sociali: sono qui, tra le villette a schiera e i capannoni industriali. Padri e madri – single, in coppia, omosessuali, eterosessuali – che mandano i figli a scuola, pagano le tasse, votano alle elezioni. E pretendono di essere riconosciuti per quello che sono: famiglie. Punto e basta.

Ma la politica italiana ha un vizio: trasforma tutto in una partita di calcio. Da una parte i progressisti che gridano alla svolta epocale, dall’altra i conservatori che vedono la fine della civiltà occidentale. Nel mezzo, come sempre, il nulla. O meglio: l’attesa. L’eterno rinvio all’infinito di scelte che altri paesi hanno fatto decenni fa senza che crollasse il cielo.

Perché alla fine il punto è questo: la realtà non aspetta le nostre categorie mentali. Non aspetta che la politica si metta d’accordo, che i teologi trovino la quadra, che i sondaggisti diano il loro benestare. La realtà accade. E quando accade, puoi governarla o subirla. Puoi riconoscerla o far finta che non esista. Ma non puoi fermarla.

La madre non è più una sola. Lo ha capito la Costituzione, prima ancora che lo capissero i costituzionalisti. Lo hanno capito i tribunali, prima ancora che lo capisse il Parlamento. Lo sanno i bambini, prima ancora che lo sappia chi li governa.

Resta da vedere se la politica italiana riuscirà a stare al passo coi tempi o se continuerà a inseguire una realtà che corre più veloce delle sue categorie. Intanto, da oggi, le famiglie arcobaleno hanno un pezzo di carta in più che dice loro quello che sapevano già: esistono. E questo, in un paese che ha fatto dell’esistere per decreto una forma d’arte, non è poco.

 

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