di Arrigo Abalti · Maggio 15, 2025
La guerra sui numeri della Sanità tra Lanzarin e Tosi
C’è una guerra sempre meno fredda che attraversa il Veneto, combattuta non con carri armati ma con delibere regionali e comunicati stampa.
Una guerra dove la posta in gioco non è un territorio ma un numero: 460 milioni di euro. Un numero che per alcuni esiste, per altri è fantasia. Ma che racconta, come solo i numeri sanno fare, la verità di un potere.
Flavio Tosi, l’enfant terrible della politica veneta, ora convertitosi al centrismo dopo anni di militanza leghista, ha scagliato la sua pietra nello stagno. E l’ha fatto con la precisione chirurgica di chi conosce i dossier: DGR n. 723 del 5 luglio 2024, delibera regionale firmata dalla stessa giunta Zaia. Dove nero su bianco si parla di 460 milioni accantonati. Non briciole, non spiccioli. Un tesoretto che, se impiegato, potrebbe ridisegnare le mappe della sanità regionale, abbattere le liste d’attesa, assumere personale, rinnovare macchinari. Una cifra che equivale a un quarto dell’intera manovra finanziaria regionale.
La risposta dell’assessora Lanzarin è stata immediata, gelida, categorica: “Non esistono”. Come se quei 460 milioni fossero un’allucinazione collettiva, un miraggio contabile. “L’utile è di 5 milioni”, ha replicato. Il resto è già impegnato. Punto. Nessun documento a supporto, nessun numero dettagliato in un atto pubblico. Solo una dichiarazione lapidaria che pretende di seppellire il caso. “Basta la parola” come nel Carosello degli anni Settanta.
Ma è qui che il gioco si fa sottile, kafkiano. Perché i 460 milioni sono scritti in una delibera pubblica, accessibile a chiunque. Mentre i 5 milioni di utile sono affidati solo al Verbo dell’assessora. Ed è questa asimmetria di trasparenza che rivela il vero volto del potere veneto: un sistema che si è abituato a non dover rendere conto, che considera la trasparenza un optional, non un dovere. E qui entriamo nel magico mondo della matematica politica del Veneto.
Dietro questa guerra di numeri si nasconde una verità più profonda: il modello veneto, celebrato come virtuoso, è diventato una macchina che accumula risorse invece di spenderle. Un sistema che preferisce tenere i soldi in cassa piuttosto che metterli al servizio dei cittadini. Come se la sanità fosse un’azienda quotata in borsa, dove l’importante è far quadrare i bilanci per impressionare gli azionisti, non curare le persone.
Zaia ha costruito il suo consenso sull’efficienza. Ma l’efficienza senza umanità diventa tecnocrazia. E la tecnocrazia senza trasparenza diventa autoritarismo soft. Un autoritarismo che non ha bisogno di manganelli, ma si accontenta dei comunicati stampa piccati della Lanzarin.
I 460 milioni, se esistono, raccontano una storia precisa: quella di una Regione che ha trasformato la sanità in un feticcio contabile. Che preferisce accantonare fondi per futuri investimenti invece di rispondere ai bisogni immediati dei cittadini. Che gestisce la salute pubblica con la logica del ragioniere, non del medico o magari del paziente, il vero protagonista della politica che serve al territorio.
E se davvero l’utile fosse solo di 5 milioni, come sostiene Lanzarin? Sarebbe ancora peggio. Significherebbe che la delibera regionale n. 723 contiene un errore madornale. O peggio, un falso. E allora si aprirebbe un caso ben più grave: quello di una Regione che non sa fare i conti, o che li fa troppo bene, a seconda delle convenienze politiche.
E poi c’è un’altra stranezza, il silenzio assordante della sinistra. In questa battaglia tra titani del centrodestra veneto, c’è un convitato di pietra: il Partito Democratico. Dove sono i suoi consiglieri regionali? Dove sono le interrogazioni incisive, le richieste di accesso agli atti, le conferenze stampa incendiarie? Il PD veneto assiste a questa guerra come un passante distratto, come se non lo riguardasse.
È la resa di un’opposizione che ha smesso di opporre, che ha abdicato al suo ruolo di controllo democratico. Un PD ectoplasmatico che non riesce nemmeno a sfruttare le divisioni del campo avverso. Che preferisce il ronzio delle micro questioni all’inchiesta, la prudenza alla battaglia. Un partito che sembra temere più le proprie ombre interne che gli avversari esterni.
Questo silenzio è complice di un sistema che fa della mancanza di chiarezza il proprio modus operandi. Perché in democrazia, l’opacità prospera dove il controllo langue. E in Veneto il controllo è in stato comatoso.
E il privato accreditato? Quello è l’amante da nascondere. La Regione avrebbe – dice Lanzarin – speso 250 milioni di euro nel 2024 per acquistare prestazioni da strutture private, con altri 42,3 milioni già previsti per il 2025. Numeri che raccontano una verità scomoda: senza il privato, il sistema sanitario veneto collasserebbe.
Eppure, la narrazione ufficiale continua a trattare queste strutture come un male necessario, un ripiego temporaneo. È l’ipocrisia di una politica che non ha il coraggio di ammettere che il modello è cambiato, che il pubblico da solo non ce la fa più. Che i cittadini, esasperati dalle liste d’attesa, si rivolgono al privato non per capriccio ma per necessità.
È la grande rimozione della narrazione veneta: il privato accreditato vissuto con l’ipocrisia di un fuorviante senso di colpa. Come se fosse una relazione extraconiugale da nascondere ai propri elettori, anziché una partnership strategica da rivendicare con orgoglio.
Il centrodestra veneto, così pragmatico in tutto, diventa improvvisamente pudico quando si tratta di privato sanitario. Lo usa, lo finanzia, lo corteggia, ma poi in pubblico finge che sia solo un ripiego momentaneo, una distrazione passeggera. È come se si vergognasse di ammettere che quel matrimonio con la sanità pubblica, di cui si vanta tanto, non basta più a soddisfare i bisogni dei cittadini veneti.
È questa schizofrenia politica che trasforma il privato nel lato oscuro della sanità veneta, quando invece dovrebbe essere riconosciuto come ciò che è: una risorsa preziosa, un pezzo insostituibile del puzzle. Non l’alternativa al pubblico, ma il suo complemento necessario. Non il nemico da demonizzare, ma l’alleato da valorizzare.
Il paradosso è che questo atteggiamento ambiguo danneggia tutti: il pubblico, privato di risorse per inseguire un mito di autosufficienza; il privato, relegato a un ruolo ancillare nonostante l’importanza strategica; e soprattutto i cittadini, costretti a navigare in un sistema che non ha il coraggio di dire la verità su se stesso.
La vicenda dei 460 milioni è emblematica di un sistema che ha perso di vista la propria missione. La sanità esiste per curare le persone, non per accumulare riserve. I fondi pubblici sono degli strumenti, non dei fini. E la trasparenza non è un optional, ma l’ossigeno della democrazia.
Se quei milioni esistono, devono essere utilizzati per abbattere le liste d’attesa, assumere medici, rinnovare tecnologie. Se non esistono, la delibera che ne parla deve essere ritirata e corretta. In entrambi i casi, i cittadini hanno diritto a sapere la verità. Non attraverso scarne dichiarazioni stampa, ma con documenti pubblici, verificabili, leggibili.
Il Veneto si vanta di essere una terra pragmatica, concreta, laboriosa. Ma la concretezza senza trasparenza diventa arbitrio. E l’arbitrio, anche se esercitato in nome dell’efficienza, resta arbitrio.
La vera sfida per il Veneto non è solo mantenere un sistema sanitario che funziona, ma renderlo trasparente, partecipato, controllabile. Perché la salute è un diritto, non una concessione di un potere che risponde solo a se stesso. E i conti della sanità non appartengono né a Zaia, né a Tosi, né a Lanzarin. Appartengono ai veneti. Tutti. Anche a quelli che, in fila al CUP per una visita, si chiedono dove siano finiti i loro soldi.



