L’io che non deve niente a nessuno

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di Redazione · Ottobre 8, 2026

Con “La persona peggiore” Raffaella Silvestri firma una commedia brillante e insieme un manifesto involontario: un femminismo senza “noi”, in cui la libertà ha preso il posto della responsabilità

 

 

A Bali, di solito, ci si arriva dopo: dopo un divorzio, un lutto, una crisi di mezza età. È la geografia del ricominciare, quella che il cinema ha venduto a una generazione con il sorriso di Julia Roberts. La protagonista del nuovo romanzo di Raffaella Silvestri ci arriva invece subito dopo il sì. Ha appena sposato l’uomo che ama e che ha inseguito per anni, si sente in trappola e parte da sola per un lungo viaggio, senza una data di ritorno.

Si chiama Raffaella, come l’autrice, e non è un vezzo. Il marito è Tomas, un finlandese intelligente, onesto e facile da amare, che lei stessa ha voluto sposare e per il quale ha lasciato il suo monolocale milanese per trasferirsi in una Roma che detestava. Non c’è un torto da cui scappare, nessun tradimento da elaborare. Lei stessa si definisce la persona peggiore del mondo.

Va riconosciuto subito che Silvestri sa scrivere. Prende il genere “inspirational”, quello del viaggio che guarisce, e lo rovescia con mano leggera. In un corso sul “femminino sacro”, un’insegnante russa sostiene che l’emancipazione passi dal trovare un partner all’altezza del proprio capitale sociale: si ride, e un attimo dopo si ride un po’ meno. Il talento comico è autentico, la frase è veloce, il ritmo non cala.

Il problema non è la scrittura. È quello che il libro racconta e, a conti fatti, giustifica.

Il femminismo che ha cambiato questo Paese è stato una storia al plurale. Il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, la cancellazione del delitto d’onore sono conquiste strappate insieme, contro leggi scritte da uomini e abitudini che pesavano su intere generazioni di donne. C’era un nemico riconoscibile: una cultura patriarcale che decideva al posto loro. Nella storia di Raffaella quel nemico non c’è. Nessuno le impedisce di studiare, lavorare, scegliere. Nessun marito la soffoca e nessuna famiglia la reclama. Restano soltanto un desiderio che vuole essere servito e un disagio che pretende di avere ragione per il solo fatto di esistere. È un femminismo ridotto a diritto individuale, a portafoglio di prerogative personali. Della lotta collettiva resta il lessico, ma il respiro è sparito.

Kant chiedeva di agire secondo una regola che si potesse volere come legge per tutti. Qui l’imperativo categorico è rovesciato. La regola è il bisogno del momento, e l’unica legge riconosciuta è quella dell’Io, che stavolta si declina al femminile. Il risultato non è una conquista di libertà, ma la sua versione più povera: la libertà da ogni vincolo, compresi quelli che ci si è scelti da soli.

Ed è qui che la responsabilità finisce sepolta sotto una montagna di alibi. L’ansia, la sensazione di soffocare, il bisogno di ritrovarsi, di distinguersi, perfino il disprezzo per una città: ogni stato d’animo diventa una ragione sufficiente. Il più raffinato è proprio il titolo. Dichiararsi “la persona peggiore” sembra un atto di onestà, e invece funziona come un’assoluzione preventiva: confesso per primo, così nessuno potrà chiedermene conto. Anche l’ironia fa la sua parte. Silvestri vede benissimo il ridicolo della spiritualità in vendita nei ritiri tropicali, ma lo stesso sguardo spietato non arriva mai fino in fondo alla sua protagonista. Ridere di sé, a volte, è il modo più elegante per non rispondere di sé.

Sarebbe comodo archiviare Raffaella come una figura letteraria, un’invenzione ben riuscita. Non lo è. Persone così esistono, e non serve andare a Bali per incontrarle: abitano nel condominio accanto, siedono alla nostra tavola nelle cene tra amici, tornano nei racconti a mezza voce di chi è rimasto. Anzi, la realtà è più fantasiosa e più crudele del romanzo. Nella vita vera la partenza raramente ha il garbo di un viaggio annunciato. A volte è una doppia vita portata avanti per anni, una valigia trovata pronta nell’ingresso, un messaggio che liquida vent’anni in tre righe. E quasi sempre c’è qualcuno che non ha scelto niente: un coniuge che scopre di essere stato soltanto una tappa, figli che imparano presto che le promesse valgono finché fanno comodo. Tomas, la vittima perfetta proprio perché non ha colpe, resta almeno un personaggio di carta. Gli altri no, e per loro non c’è nessuna commedia brillante. Il romanzo racconta come un’avventura quello che fuori dalla pagina è, quasi sempre, una perdita.

Non si tratta di chiedere alla letteratura di essere edificante. Emma Bovary e Anna Karenina sono personaggi che hanno sbagliato e sono diventati immortali. Ma Flaubert e Tolstoj ne mostravano il prezzo, e non chiedevano al lettore di trovarle adorabili. Qui invece il prezzo resta fuori campo, mentre la presentazione editoriale evoca Rachel Cusk e Deborah Levy e promette il libro più divertente dell’anno. Sui social la protagonista è già stata adottata con un nomignolo affettuoso. A forza di trovarla irresistibile, si finisce per assolverla, e con lei un’idea di emancipazione che non ha più niente da conquistare, ma solo qualcosa da pretendere.

Resta da capire da cosa, esattamente, Raffaella si stia liberando. Non da un uomo, che è lei ad aver inseguito per anni. Non da una vita imposta, dato che ogni scelta porta la sua firma. L’unica gabbia in questa storia è la promessa che ha fatto, e chiamare emancipazione la fuga da una parola data è il trucco più vecchio del mondo. Raffaella non sa se al ritorno troverà ancora Tomas. Meglio chiedersi con quale diritto si aspetti di trovarlo.

 

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