La sabbia negli occhi

di Arrigo Abalti · Marzo 9, 2026

Come il caso Silva ha trasformato il problema dello smaltimento dei propri scarti industriali in un manifesto ambientalista

Esiste un genere letterario tipicamente italiano che potremmo chiamare il comunicato travestito da visione. Non è propaganda, attenzione — la propaganda è rozza, ha la fronte bassa. Questo è più raffinato: è la capacità di prendere un interesse di categoria, lucidarlo fino a farlo brillare come un’idea universale, e presentarlo al pubblico con l’aria di chi ha appena finito di rileggere Laudato si’. Assofond — l’associazione delle fonderie italiane, costola di Confindustria, non del Dopolavoro Ferroviario — ha raggiunto in questo esercizio una perfezione quasi didattica.
Il vicepresidente Franco Vicentini spiega che il progetto di Silva srl a Montecchio Precalcino, che prevede la lavorazione e il riutilizzo delle sabbie esauste prodotte dalle fonderie, è «importante non solo perché garantisce la riqualificazione ambientale dell’area» ma anche per «i benefici connessi al recupero delle sabbie esauste». Traduzione: smaltire i propri scarti industriali non è più un costo da nascondere nei bilanci, è un contributo alla transizione ecologica.

Bisogna ammetterlo: c’è una certa grandezza, in questo.

La stessa grandezza con cui i Borbone, mentre il regno crollava, continuavano a organizzare cacce reali e a chiamarle «esercizi militari».
L’economia circolare è un concetto serio, nato da pensatori seri — Braungart, McDonough, prima ancora Boulding con la sua «economia dell’astronave» nel 1966 — e significa, nella sua accezione più rigorosa, ripensare il ciclo produttivo ab origine, non trovare un acquirente secondario per i propri rifiuti e chiamarlo simbiosi industriale. Quando una fonderia produce sabbie esauste e un’altra azienda le rilavorare per rivenderle, il cerchio che si chiude è principalmente quello economico. Il che non è un male, anzi — il mercato dei materiali secondari ha una sua dignità — ma chiamarlo «sviluppo dell’economia circolare» è come chiamare il banco dei pegni «finanza alternativa». Tecnicamente non è falso. Moralmente è divertente.

74mila tonnellate l’anno, ci dicono. 34mila trattate termicamente, 15mila pre-rivestite. Il sito è in via Terraglioni. «Meno estrazioni, meno camion, meno discariche», recita Vicentini, e non si può che dargli ragione sul piano aritmetico: se quelle sabbie finivano in discarica e ora non ci finiscono più, l’impatto ambientale è effettivamente minore. Ma chi le produceva, quelle sabbie? Le fonderie. Le stesse fonderie che ora, attraverso la propria associazione di categoria, si autocertificano campioni della sostenibilità. C’è qualcosa di leopardiano in tutto questo — la ginestra che cresce sul Vesuvio non lo spegne, ma almeno non si vanta di averlo domato.
Le fonderie italiane sono 900 imprese, 23mila addetti, 6,6 miliardi di fatturato. Nel Vicentino sono 39, quasi 2.300 persone. Numeri reali, lavoro reale, territorio reale. Nessuno nega che esista una filiera, e che quella filiera meriti rispetto e tutela. Ma qualcuno dovrebbe spiegare a Vicentini che il rispetto non si chiede travestendosi da benefattori ambientali: si chiede riconoscendo onestamente che si ha un problema di scarti, che quel problema costa, e che si sta lavorando per ridurlo. E se poi ci spiega come, scatta l’applauso. Invece no. Invece il problema diventa un’opportunità, l’opportunità diventa una visione, la visione diventa un comunicato stampa, e il comunicato stampa — eccolo qui — diventa notizia.

Oscar Wilde diceva che il cinismo consiste nel conoscere il prezzo di tutto e il valore di niente. L’industria italiana, in certi momenti, inverte la formula: conosce il valore di tutto e non paga il prezzo di niente.​​​​​​​​​​​​​​​​

 

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