di Redazione · Luglio 15, 2025
Duello scoppiettante tra Francesco Rucco e Gabriele Tasso sul problema dei medici gettonisti (nel silenzio della Lega)
Nel centrodestra vicentino, la battaglia sulla sanità non si combatte sui grandi numeri, ma su un nome che a Roma suona tecnico e inoffensivo: “gettonisti”. Dietro quel termine c’è però la spia luminosa di un sistema in affanno. E Francesco Rucco, consigliere comunale di Fratelli d’Italia ed ex sindaco di Vicenza, lo ha capito perfettamente. Rucco prima lancia una via d’uscita, mettere in gara i servizi coperti dai gettonisti ricorrendo alla sanità privata accreditata – che ha le stesse regole di quella pubblica, poi ieri interviene Gabriele Tasso (FI) invocando la necessità di una grande riforma che tuteli la pubblica dalla privata e contestando l’ipotesi Rucco. Oggi l’ex sindaco di Vicenza controreplica, tanto da decidere di calare il carico pesante, con un testo che è molto più di una puntualizzazione: è un’operazione verità nel campo minato del centrodestra, dove l’alleato Gabriele Tasso (Forza Italia), sindaco di San Pietro Mussolino, ha avuto il torto — o la leggerezza — di parlare più da editorialista che da amministratore.
«Servono medici, non polemiche», mette in chiaro Rucco. E parte da una constatazione semplice e brutale: “se i medici ci fossero, il problema dei gettonisti non esisterebbe”. Un modo elegante per dire: non siamo qui per filosofeggiare sulla sanità ideale, siamo qui per tappare i buchi nei reparti.
Il nodo è tutto lì. Tasso, con tono accorato, aveva rispolverato il grande mantra della sanità pubblica da difendere “senza gare d’appalto”, come se ogni forma di esternalizzazione fosse sinonimo di svendita. Rucco non ci sta. E non solo perché la proposta — quella di coinvolgere soggetti esterni per garantire continuità di servizio dove i concorsi vanno deserti — è figlia della realtà. Ma perché l’idea che la sanità pubblica sia l’unico orizzonte possibile gli sembra più una nostalgica utopia da soviet che un ragionamento compatibile con il DNA del centrodestra.
Lo dice così, con un colpo di fioretto: “Agitare il dogma della sanità privata come se fosse il male non è credibile. Forse l’amico Tasso ha sbagliato partito”. Parole che in politica locale pesano più di mille cifre da DEF.
Eppure Rucco non chiude, anzi. Concede a Tasso un punto — quello sull’investimento nella sanità pubblica — e lo restituisce con gli interessi: “sì, è vero, servono più risorse. E il governo Meloni lo sta facendo. Ma per costruire il sistema che Tasso ha in testa ci vorranno anni. Nel frattempo? Nel frattempo governare è affrontare l’emergenza, non declamare i principi.”
È questo il punto politico. Rucco si pone come interprete di una destra di governo, non di una destra da convegno. Una destra che conosce i reparti e le graduatorie vuote, le ferie saltate e le lettere di dimissioni dei dirigenti sanitari. E che sa che, tra il mondo ideale e quello reale, tocca scegliere il secondo. Perché nel primo si scrivono pamphlet, nel secondo si firmano turni.
Il caso Rucco–Tasso è un frammento di una faglia più profonda: il ritorno della cultura della sussidiarietà contro l’ideologia dello statalismo travestito da buonismo, anche in aree dove il centrodestra ha sempre parlato un linguaggio pragmatico, liberale e popolare. Rucco lo sa. Per questo chiude senza giri di parole: “Chi ha responsabilità pubbliche deve agire, non fare propaganda”.
Nel centrodestra veneto, la polemica è appena iniziata. Ma Rucco ha scelto campo e tono. E per una volta, da Vicenza, parla una destra che non si accontenta delle formule, ma cerca soluzioni. Anche scomode, anche imperfette. Ma vere.




