La sanità italiana e la rimozione del nodo salariale

di Arrigo Abalti · Febbraio 16, 2026

Nel dibattito pubblico italiano la carenza di medici e infermieri è diventata un dato acquisito. Una premessa. Non si discute più se sia vero: si discute come gestirla

 

Eppure, se si guarda ai dati comparati, la questione appare meno lineare di quanto venga raccontato. Secondo OECD – Health at a Glance Europe 2024, l’Italia ha 4,0 medici ogni 1.000 abitanti, sostanzialmente in linea con la media UE (4,1). La Germania è a 4,5, la Spagna a 4,6, la Francia a 3,3. Non siamo un Paese strutturalmente sotto-dotato sul piano numerico.

Diverso è il discorso sugli infermieri: 6,4 ogni 1.000 abitanti, contro una media europea di 8,8 e valori superiori a 11 in Francia e 12 in Germania. Qui il deficit esiste. Ma il punto non è solo quantitativo. È strutturale. Un medico ospedaliero italiano percepisce mediamente 65-75 mila euro lordi annui. In Germania la forbice si colloca tra 95 e 110 mila euro, in Francia tra 80 e 95 mila. Non è una differenza marginale: è un divario del 30-40% con i sistemi che oggi competono per le stesse professionalità. Ancora più significativo è il rapporto tra retribuzione medica e salario medio nazionale: circa 3,4 volte in Germania, 3 in Francia, 2,4 in Italia. Questo dato dice qualcosa sulla collocazione sociale della professione, sul peso relativo che le viene attribuito nel modello economico del Paese.

Per gli infermieri il gap è altrettanto evidente: 28-34 mila euro lordi annui in Italia, contro 45-52 mila in Germania. In un mercato del lavoro nazionale chiuso, il differenziale potrebbe essere assorbito. In un contesto europeo integrato, diventa un fattore di mobilità.

Qui si innesta la dimensione politica. Il Servizio sanitario nazionale vale oltre 130 miliardi di euro l’anno. È una delle principali leve redistributive dello Stato. Ma da almeno vent’anni la dinamica salariale del personale sanitario è stata compressa rispetto ai grandi Paesi europei. Non per una scelta dichiarata, ma per una somma di vincoli di finanza pubblica, blocchi contrattuali, priorità spostate altrove.

Nel frattempo l’età media dei medici italiani è tra le più alte d’Europa: oltre il 50% ha più di 55 anni. I pensionamenti sono prevedibili. La mobilità dei giovani specialisti è un dato strutturale. Le discipline più critiche – emergenza-urgenza, anestesia, medicina interna – sono anche quelle con maggiore esposizione e carichi più gravosi. Il risultato è un sistema che non implode, ma si assottiglia.

La carenza diventa la narrazione ufficiale. Il nodo salariale resta sullo sfondo. Eppure è lì che si gioca una parte decisiva del futuro del modello universalistico italiano. Perché il tema non è corporativo. È di sostenibilità politica. Se il pubblico non riesce a competere sul piano economico con i sistemi che attraggono le stesse competenze, il rischio non è solo la fuga. È la trasformazione graduale dell’equilibrio tra pubblico e privato.

Non serve una riforma ideologica per cambiare modello. Basta che il pubblico diventi meno attrattivo. La domanda, allora, non è se manchino medici in senso assoluto. La domanda è se lo Stato italiano consideri ancora il capitale umano sanitario una priorità strategica o una variabile di aggiustamento.

Finché questa risposta resterà implicita, la discussione continuerà a ruotare attorno ai numeri.

Ma il punto, più profondo, riguarda la gerarchia delle scelte. Qui dovrebbe finire la narrazione e iniziare la politica.

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