di Arrigo Abalti · Febbraio 27, 2026
Padova, Verona, Pederzoli, Negrar: pubblico e privato nella classifica di Newsweek raccontano un modello. Ma la vera domanda è se sappiamo difenderlo
Le classifiche, in Italia, servono quasi sempre per dividersi. Questa, invece, dovrebbe servirci per capire.
La nuova graduatoria di Newsweek – World’s Best Hospitals non è una gara di vanità. È un indicatore geopolitico della salute. Misura performance cliniche, reputazione tra pari, esperienza del paziente, outcome reali – inclusi i PROMs, ossia ciò che il paziente dichiara di aver guadagnato in termini di qualità di vita. Non è la dimensione a fare la differenza, ma la capacità di curare bene.
Dentro questa fotografia mondiale, il Veneto c’è. E non con una sola voce.
C’è l’Azienda Ospedaliera di Padova, grande macchina pubblica universitaria, che tiene insieme ricerca, alta specialità e capacità di risposta ai casi complessi.
C’è Borgo Trento a Verona, altro pilastro pubblico, snodo clinico di un’area vasta che regge su competenze consolidate e organizzazione efficiente.
C’è il Pederzoli di Peschiera, privato accreditato che ha costruito negli anni un’identità precisa, investendo in specializzazione e qualità percepita.
E c’è l’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, dove ricerca scientifica e pratica clinica si intrecciano in un modello che non vive di rendita ma di aggiornamento continuo.
Quattro modelli, tre nature giuridiche diverse, un unico dato: stanno dentro un ranking globale che non guarda alla forma ma alla sostanza.
Questo è il punto.
Per anni il dibattito italiano sulla sanità è stato ideologico: pubblico contro privato, universalismo contro mercato, Stato contro iniziativa. Di recente il senatore Crisanti (PD) ha fatto dichiarazioni ideologiche contro la sanità accreditata che sembrava di stare negli anni Settanta. Il Veneto in realtà, piaccia o no, ha costruito un’altra cosa: un ecosistema misto, dove il pubblico resta l’architrave, ma il privato accreditato e gli IRCCS non sono concorrenti, bensì parti della stessa architettura.
Non è un caso che i centri veneti premiati dalla classifica coprano l’intero spettro: università, grande ospedale pubblico, fondazione privata accreditata, istituto di ricerca. È la dimostrazione che la qualità non è figlia dell’etichetta, ma dell’organizzazione.
E tuttavia c’è un rischio.
Le classifiche internazionali misurano l’eccellenza. Ma la sanità pubblica non vive di sole eccellenze. Vive di capillarità, di medicina territoriale, di gestione delle cronicità, di prevenzione. Se ci accontentiamo di essere presenti tra i migliori 250 del mondo e trascuriamo le liste d’attesa, la carenza di personale, l’equilibrio tra ospedale e territorio, trasformiamo l’orgoglio in alibi.
Il Veneto oggi può rivendicare una presenza strutturale tra i sistemi sanitari che contano. Ma la competizione globale non è una fotografia statica: è un movimento continuo. I centri americani e nord-europei investono cifre enormi in tecnologia, attrazione di medici, integrazione digitale. Se non si consolidano le basi – personale, finanziamento stabile, governance chiara – il ranking diventa una medaglia che sbiadisce.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione.
La presenza contemporanea di Padova, Verona, Pederzoli e Negrar dice una cosa politicamente rilevante: la sussidiarietà, quando è regolata e non ideologica, funziona. Il sistema veneto non ha demolito il pubblico per far crescere il privato, né ha soffocato il privato per difendere il pubblico. Ha costruito un equilibrio.
L’equilibrio è fragile. Ma è la vera eccellenza.
Il punto non è essere dentro la classifica di Newsweek.
Il punto è restarci senza perdere l’universalismo.
Perché un sistema sanitario è davvero forte quando riesce a fare due cose insieme: competere nel mondo e garantire equità in casa propria. Se riesce a curare il paziente internazionale e quello della porta accanto con la stessa qualità.
Il Veneto oggi può dire di avere strutture che stanno nel campionato globale. E non a caso le quattro strutture sono due private accreditate e due pubbliche, a conferma che l’eccellenza non si deve misurare con il dualismo ideologico pubblico contro privato, ma con l’antico e nobile principio della sussidiarietà che in Veneto funziona eccome. Ora la sfida è politica: decidere se investire per rafforzare questo modello o se consumarlo nella disputa quotidiana.
Le classifiche passano. I sistemi sanitari restano. E la vera eccellenza non è solo entrare tra i migliori del mondo. È non uscire mai dalla fiducia dei propri cittadini.



