L’acqua è pulita. Per ora.

di Redazione · Marzo 16, 2026

Pfas nelle cave della Pedemontana, venti siti contaminati e nessuna norma per agire. È questa la vera notizia

 

Nelle gallerie della Pedemontana, mentre le trivelle avanzavano e il Veneto guardava nascere la sua autostrada più attesa, qualcuno stava mescolando nel cemento una quantità eccessiva di composti chimici della famiglia dei Pfba. Nessuno se n’è accorto subito. Il materiale di scavo è uscito dalle gallerie, è stato caricato sui camion, è stato smaltito in una trentina di siti tra cave e discariche del Vicentino — Montecchio Precalcino, Malo, Thiene, Marano — seguendo le regole vigenti. Regole che, come si è scoperto, non erano abbastanza.
Questa è la storia di un problema che c’è, che si vede, che si misura — e che per una lacuna normativa non esiste.

I Pfba sono cugini di secondo grado dei Pfas, quella famiglia di composti fluorurati che il Veneto conosce già fin troppo bene dai tempi di Miteni e della contaminazione della Pianura Padana. Non identici, ma dello stesso ceppo — persistenti, difficili da smaltire, capaci di restare nell’ambiente per decenni con la tenacia silenziosa delle cose che non fanno rumore finché non fanno danno. Dal vertice di Palazzo Nievo — diciassette comuni, le Ulss 7 e 8, l’Autorità di bacino, Arpav — è arrivata la notizia buona: l’acqua di falda è pulita, i pozzi sono integri, i vicentini possono stare tranquilli.
Per ora.
Il “per ora” è la parte della frase che tiene svegli la notte. Ed è esattamente quella che nelle comunicazioni istituzionali scivola via nell’aria come un dettaglio trascurabile, mentre la parola “tranquilli” resta lì a fare il suo lavoro.

Ma la notizia vera non è il rischio, che per ora è scongiurato. La notizia vera è che non sappiamo cosa fare. Il vicepresidente della Provincia Moreno Marsetti lo ha detto con quella rara franchezza che i politici si concedono quando il problema è così evidente che nasconderlo costerebbe più di ammetterlo: i sindaci hanno le mani legate. Non possono emettere ordinanze. Non possono disporre la rimozione dei terreni. Non possono fare quello che ogni cittadino di buon senso si aspetterebbe da un’amministrazione pubblica che trova materiale sospetto nel proprio territorio.
Il motivo è di una semplicità sconcertante: manca la norma. Il tetto di cento nanogrammi per litro vale per l’acqua potabile, non per le rocce di scavo. Per le rocce di scavo il tetto non esiste. Quindi le rocce non sono formalmente inquinate. Quindi nessuno può ordinare di spostarle. In Italia, se la legge non dice che una cosa è un problema, la cosa non è un problema. Anche se è lì, visibile, misurabile, documentata da Arpav in quattro siti certi e in una trentina di discariche vicentine.
È il Paese che ha inventato il diritto romano, incapace di scrivere una norma sui Pfba prima che i Pfba finissero nelle cave.

La Pedemontana è un’opera che il Veneto ha voluto con determinazione e costruito con orgoglio. Nessuno lo mette in discussione. Ma dentro quelle gallerie c’era cemento sbagliato, e quel cemento è stato smaltito seguendo regole che si sono rivelate insufficienti — non per malafede, ma per quella distanza cronica che in Italia separa la velocità della chimica industriale dalla lentezza della normativa ambientale. La Regione, committente dell’opera, nei prossimi giorni sarà chiamata a rispondere. Lo farà, si spera, con le risorse di chi governa un territorio e sa che il progetto Giada — quella convenzione che nell’Ovest Vicentino ha dimostrato che monitorare funziona — va esteso, finanziato, reso strutturale.

Il sindaco di Dueville, il comune coinvolto che non ha acquedotto, ha chiesto che venga costruito. Adesso, non tra due anni quando i parametri saranno stati finalmente definiti e le norme scritte. È la richiesta più concreta uscita dal tavolo di Palazzo Nievo, ed è anche quella che rischia di finire in fondo alla lista delle priorità — sotto le convocazioni ministeriali, le interlocuzioni con la Regione, i tavoli tecnici, le attese dei pareri.
Le attese, in materia di Pfas, hanno già prodotto danni in questa regione. Sarebbe il caso di ricordarselo prima che il “per ora” smetta di funzionare.
Perché il “per ora”, come tutti i composti della famiglia dei Pfas, ha una persistenza straordinaria nell’ambiente istituzionale italiano.
E prima o poi si trasforma in “troppo tardi”.​​​​​​​​​​​​​​​​

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