L’anno che verrà

di Redazione · Gennaio 5, 2026

L’anno vecchio è finito già ma qualcosa ancora qui non va. In primavera voteranno otto comuni

Non è ancora primavera, ma il terreno si muove. Non si vedono manifesti, non circolano slogan, nessuno ufficializza candidature. Eppure, sotto la superficie, il Veneto sta già votando. Lo fa senza urne, senza schede, senza rumore. Lo fa scegliendo cosa regge e cosa no.

Il 2026 arriva così: non come un anno elettorale in senso pieno, ma come un tempo di assestamento, in cui le elezioni si moltiplicano e proprio per questo smettono di essere un evento unico. Una sequenza più che un appuntamento, un percorso più che una data.

Ci saranno le suppletive, voti piccoli solo in apparenza, utili a capire quanto consenso resta quando non c’è nulla da conquistare e molto da difendere. Una partita tutta leghista per i seggi lasciati vuoti da Alberto Stefani e Massimo Bitonci. Ci sarà un referendum sulla separazione delle carriere in magistratura, che parlerà meno della materia che dichiara e molto del clima politico che lo circonda. E poi ci saranno i Comuni, il livello più concreto e meno indulgente della politica: quello in cui contano le relazioni, la memoria, la credibilità. E oltre a Venezia, dove si deve decidere il dopo Brugnaro, con l’opzione di candidatura Zaia – argomento di cui però non si parla più – ci sono molti altri comuni, anche dalle nostre parti.

Dentro questo quadro largo, quasi nazionale, il Vicentino si muove come fa spesso: senza alzare la voce, ma lasciando il segno. Otto Comuni al voto nella stessa primavera non sono un dettaglio. Alcuni arrivano al traguardo naturale del mandato, altri ci arrivano per caduta, per logorio, per gli effetti collaterali delle Regionali di novembre come succede ad Arzignano.

Ma non cambia la sostanza: si torna a chiedere fiducia. E la fiducia, nei territori, non è mai un automatismo.

Ci sono quindi le scadenze naturali: Lonigo, Albettone, Malo, Recoaro Terme, Cogollo del Cengio, Posina. Amministrazioni nate in gran parte nel ciclo elettorale segnato dal Covid, che ora arrivano al primo vero giudizio ordinario, senza emergenze a fare da scudo. Amministrazioni che avrebbero dovuto andare al rinnovo naturale a settembre scorso ma che hanno avuto una proroga dal Governo fino alla primavera prossima, un regalo – gradito – del Covid. Qui il voto sarà una domanda secca: continuità o discontinuità, fiducia rinnovata o pagina nuova. Ma le alchimie sono ancora da scrivere, soprattutto a Lonigo.

E poi ci sono i Comuni che torneranno alle urne per rottura, non per scadenza. Arzignano e Arcugnano voteranno dopo la caduta delle rispettive amministrazioni, in un clima reso più fragile dalle scosse politiche delle Regionali. Qui la priorità non sarà scegliere “il meglio”, ma rimettere ordine, ricostruire una maggioranza credibile, restituire stabilità a comunità che hanno visto la politica fermarsi prima del tempo. E segnare una discontinuità con il passato.

Otto Comuni, nello stesso semestre, non sono una coincidenza. Sono una radiografia. Perché raccontano territori diversi, problemi diversi, ma una stessa domanda di fondo: quanto regge oggi la politica locale quando viene meno la copertura delle grandi narrazioni?

Per questo, oggi, i nomi dei candidati – sussurrati  con discrezione – contano poco. O meglio: circolano, ma restano sospesi. Nessuno li conferma, nessuno li smentisce davvero. Perché è ancora la fase in cui si testano le formule, non solo le facce. Le segreterie lavorano in silenzio, i civici si muovono con prudenza, tutti consapevoli che esporsi troppo presto, in questo passaggio, è più un errore che un vantaggio.

Il Vicentino, in questo senso, è uno specchio fedele del Veneto intero. Un territorio che non ama i colpi di teatro, ma che registra tutto. Qui il voto non è mai solo un atto finale: è il risultato di mesi di assestamenti, di equilibri che tengono o cedono, di scelte che maturano lontano dai riflettori. Di pose e sussurri, di allusioni e omissioni.

E mentre ufficialmente non succede nulla, in realtà sta già succedendo molto. Le suppletive diranno se i partiti reggono senza trascinatori. Il referendum misurerà la temperatura politica più che il merito del quesito. Le comunali racconteranno se il radicamento locale è ancora un valore o solo un ricordo.

Quando arriverà la primavera, le urne faranno il loro mestiere. Ma molte partite, a quel punto, saranno già state giocate altrove.

Nel silenzio.

Ed è lì che si decide, davvero, l’anno che verrà. In questi giorni.

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