L’aria non cambia maggioranza

di Redazione · Dicembre 21, 2025

Padova migliora perché ha scelto il metodo e la continuità. Vicenza, prigioniera dell’ossessione della discontinuità, confonde identità politica e interesse urbano: ambiente e sicurezza non sono bandiere, ma priorità della città

 

L’aria non vota. Non distingue coalizioni, non registra cambi di maggioranza, non si adegua ai manifesti elettorali. Peggiora o migliora in base a decisioni cumulative, coerenti, ripetute nel tempo. È una materia ingrata per la politica, perché non premia l’annuncio e non punisce subito l’inerzia. Ed è proprio per questo che dice molto di come una città governa se stessa.

Il caso di Padova, raccontato dai dati sulle polveri sottili, non è interessante perché “virtuoso”, ma perché metodico. Quindici anni fa la soglia dei 35 giorni di superamento del PM10 veniva raggiunta già a febbraio. Oggi la città scende sotto quel limite. Non per una misura risolutiva, non per una svolta improvvisa, ma per una sequenza di scelte che hanno resistito al tempo: mobilità pubblica potenziata, rinnovo dei mezzi, limiti progressivi al traffico più inquinante, attenzione agli impianti di riscaldamento, coordinamento con Arpav. Politiche che non fanno titolo, ma fanno risultato.

Certo, Padova è governata da oltre quindici anni, con variazioni interne, dalla stessa area di centrosinistra. Questo ha favorito continuità, prevedibilità, accumulo di effetti. Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui. Perché il vero punto non è il colore politico, è la gerarchia delle priorità. Padova ha deciso che la qualità dell’aria è una priorità della città, non della maggioranza che governa in quel momento. E l’ha trattata come tale, accettando che i benefici arrivassero lentamente e spesso fossero incassati da altri.

Il confronto con Vicenza diventa allora inevitabile. Vicenza ha una storia diversa, fatta di alternanza tra centrodestra e centrosinistra. Alternanza che può essere una virtù democratica, se produce confronto e miglioramento. Ma che, nel tempo, ha sviluppato una patologia trasversale: l’ossessione della discontinuità. Ogni nuova amministrazione sente il bisogno di segnare una rottura netta con chi c’era prima, come se la città fosse una lavagna da cancellare e riscrivere ogni cinque anni.

È un riflesso particolarmente accentuato a sinistra, dove il “fare diversamente” diventa spesso un valore in sé, anche quando significa interrompere politiche avviate o rimettere in discussione priorità condivisibili. Ma non è un vizio esclusivo. A destra, lo stesso meccanismo assume la forma opposta: propaganda muscolare su sicurezza e ordine pubblico, annunci ripetuti, risultati intermittenti. In entrambi i casi, il rischio è lo stesso: confondere l’identità politica con l’interesse urbano.

Ambiente e sicurezza – due temi che il cittadino continua a indicare come emergenze reali – sono l’esempio perfetto. Su questi terreni, fare propaganda o greenwashing non risolve i problemi: li prolunga. Le polveri sottili non diminuiscono perché si cambia slogan, e la percezione di insicurezza non migliora perché si cambia registro comunicativo. Migliorano solo quando esiste un metodo, quando le politiche sono coerenti, misurabili, difese anche quando non portano consenso immediato.

Qui entra in gioco una responsabilità che va oltre le maggioranze. Chiunque sieda a Palazzo Trissino dovrebbe avere la cura di distinguere tra ciò che è legittimamente politico e ciò che è strutturalmente della città. Alcune priorità – aria, sicurezza, mobilità, qualità dello spazio pubblico – non appartengono ai partiti che le amministrano temporaneamente. Appartengono alla comunità urbana. E interromperle per ragioni identitarie significa anteporre il proprio riflesso allo specchio al servizio pubblico.

Il metodo padovano, al netto delle differenze di contesto, dice proprio questo: governare significa sottrarre alcuni temi alla contesa quotidiana, non per renderli neutri, ma per renderli stabili. Vicenza non ha bisogno di imitare Padova. Ha bisogno di imparare una lezione più difficile: accettare che la buona amministrazione non sempre coincide con la discontinuità, e che la vera ambizione politica non è distinguersi da chi c’era prima, ma fare in modo che la città stia meglio dopo.

Perché alla fine governare non è un esercizio di narcisismo, nemmeno quando si presenta in forma “virtuosa”. È un servizio. E quando questo confine si perde, non è solo la politica a peggiorare. È l’aria che si respira.

CONDIVIDI SU

[wpzoom_social_icons id="12577"]