di Arrigo Abalti · Dicembre 22, 2025
Alberto Stefani debutta con parole diverse dal passato, strappa l’applauso dell’opposizione e apre una stagione inattesa. Ora però la discontinuità si misura sui fondi: tocca all’assessora al sociale trasformare l’idea sui caregiver in una scelta di bilancio
In Veneto, per anni, la politica è stata come il caffè al bar sotto casa: sempre lo stesso, stesso aroma, stessa tazzina, stessa mano. Buono, per carità. Ma quando cambia la miscela, anche solo di mezzo grado, qualcuno se ne accorge. E infatti l’altro giorno, in Consiglio regionale, c’è stato un rumore insolito: l’applauso sbagliato.
Non perché fosse stonato, ma perché arrivava da dove non arrivava mai. L’opposizione che batte le mani a un governatore leghista è una di quelle scene che costringono a controllare il calendario. Non era il primo aprile, ma poteva sembrare. E invece no: era semplicemente l’esordio di Alberto Stefani.
Stefani non ha inaugurato il mandato parlando di record, di primati o di modelli esportabili. Ha parlato di case che mancano, di giovani che restano a casa dei genitori, di famiglie che reggono da sole il peso della fragilità. Ottomila alloggi da recuperare, una legge per i caregiver, una parola quasi dimenticata: comunità. Roba normale. Talmente normale da sembrare nuova.
La prima proposta, peraltro, non era nemmeno sua. Veniva dall’opposizione. E qui sta il dettaglio più interessante: non è stata respinta per principio, ma adottata. Come se, per un attimo, la politica avesse smesso di dimostrare chi è più bravo e avesse provato a fare qualcosa di utile. Una discontinuità silenziosa, che non ha bisogno di essere rivendicata.
Stefani ha 33 anni, l’età in cui si può ancora immaginare il Veneto dei prossimi trent’anni senza sentirsi fuori tempo massimo. Parla di lavoro, formazione, quartieri inclusivi, Olimpiadi che non restino una cartolina stagionale. Tutto con un tono basso, quasi dimesso. Un’altra anomalia, in una Regione abituata alla voce sola.
Resta però l’ultimo passaggio, quello che distingue le buone intenzioni dalle politiche vere. Perché le parole, anche quando sono nuove, non bastano. Una legge sui caregiver, per diventare credibile, ha bisogno di fare ciò che in politica costa di più: mettere i soldi. Fondi dedicati, strutturali, riconoscibili. Senza, il rischio è che l’applauso resti l’unica cosa concreta.
Ora la palla non è più al centro dell’aula, ma su un’altra scrivania. Quella della nuova assessora al sociale. È lì che la discontinuità, se vuole smettere di essere una suggestione, deve trasformarsi in bilancio. Perché prendersi cura, alla fine, non è uno slogan: è una riga di spesa.
Se arriverà, questo Veneto avrà davvero cambiato miscela. Se non arriverà, torneremo al caffè di sempre. Stesso aroma, stessa tazzina. E l’applauso sbagliato resterà solo un curioso rumore di fondo, buono per una mattina e dimenticato il giorno dopo.



