di Redazione · Settembre 4, 2026
Il Comune di Vicenza respinge la proposta di accordo dell’ex gestore della sosta Gps e affida agli uffici la tutela del credito. È il terzo contenzioso aperto: gli espropri di Laghetto durano da trentotto anni, la ciclabile dell’argine del Bacchiglione fu immaginata nel 1985 e inaugurata il 29 agosto
C’è una pratica, a Vicenza, che ha l’età di un uomo adulto. Riguarda gli espropri per la centrale di pompaggio a Laghetto. È cominciata trentotto anni fa, ha già portato fuori dalle casse comunali oltre seicentoquarantatremila euro, e adesso torna davanti alla Corte d’Appello di Venezia. Chi l’aprì è in pensione da un pezzo. Qualcuno non c’è più.
Adesso se n’è aggiunta un’altra. Il Comune ha detto no all’accordo proposto dall’ex gestore della sosta, Gps, sui canoni mai versati, e ha incaricato gli uffici di recuperare il credito per via legale. Motivo: la proposta non rispondeva al pubblico interesse.
Il Comune ha ragione.
Accettare una transazione svantaggiosa con i soldi dei vicentini sarebbe stato peggio, e un’amministrazione che lascia andare un credito per fare prima non è efficiente, è distratta. Presa da sola, la decisione è giusta. Lo erano quasi tutte, prese da sole.
Il guaio comincia quando le si somma.
La terza pratica non è nemmeno un contenzioso. È la ciclabile sull’argine del Bacchiglione, immaginata nel 1985 e inaugurata il ventinove agosto scorso. Quarantun anni. Chi la chiese allora aveva figli piccoli; adesso quei figli ci accompagnano i propri, e nessuno di loro sa di star pedalando sopra un’idea più vecchia di lui.
Il paradosso è tutto qui: nessuno perde, e intanto passa una vita.
Non c’è un colpevole, ed è questo che rende la faccenda seria invece che scandalosa. Nessun sindaco ha rallentato apposta. Nessun ufficio ha desiderato il ricorso. Nessun dirigente si è svegliato una mattina convinto che quarant’anni fossero un tempo ragionevole per qualche chilometro di ciclabile. È che la durata non è di nessuno. Il costo di un avvocato si scrive, la parcella si protocolla, l’esborso finisce a bilancio. Il costo di trentotto anni no: non esiste una voce che si chiami tempo.
Così i fascicoli passano di scrivania in scrivania come passano le case di famiglia. Con l’idea vaga che vadano tenuti. Con la certezza che vadano difesi. Senza che nessuno si chieda più bene che cosa ci sia dentro.
Si ereditano. E le eredità, si sa, arrivano sempre con la loro parte di debiti.
Perché una città che non chiude mai un conto non è una città prudente: è una città che lascia ai figli non le opere, ma i fascicoli.




