Le classifiche del NYT rivelano un anno televisivo di qualità diseguale (e qualche imbarazzo)

di Redazione · Dicembre 5, 2025

La classifica americana delle migliori serie tv 2025

 

Il rito annuale del *New York Times* che stila le migliori serie dell’anno è tornato puntuale come sempre, e come sempre ci lascia con più domande che risposte. James Poniewozik e Mike Hale, i due critici incaricati rispettivamente del versante americano e di quello internazionale, hanno confezionato le loro liste per il 2025 con la consueta sicurezza di chi sa di dettare l’agenda culturale. Ma quest’anno, più degli altri, le scelte rivelano tanto sui limiti del giudizio critico quanto sulla frammentazione del panorama seriale contemporaneo.

L’assenza che fa rumore

Partiamo dall’elefante nella stanza: l’esclusione della prima parte di *Stranger Things* dalla selezione. Non stiamo parlando di una serie qualunque, ma del fenomeno culturale più discusso degli ultimi mesi. I primi quattro episodi erano usciti a fine novembre, quindi perfettamente in tempo per una valutazione. La loro assenza suona come un verdetto implicito: o non erano abbastanza buoni per rientrare in una top ten sempre più affollata, oppure – e questa è l’ipotesi più inquietante – i critici del *Times* hanno deciso che *Stranger Things* non merita più attenzione critica seria, relegandola nel limbo delle “serie popolari ma non prestigiose”. Una distinzione sempre più insostenibile nell’era dello streaming.

Il confortevole rifugio del già noto

Scorrendo la lista di Poniewozik, emerge un pattern rassicurante per chi segue la televisione di qualità: *Andor*, *Scissione*, *The Pitt*, *Pluribus*. Sono tutte scelte difendibili, persino prevedibili. *Andor* conferma che anche nell’universo Star Wars può esistere la complessità narrativa quando si affida il progetto a menti adulte. *Scissione*, con la sua seconda stagione arrivata dopo tre anni di attesa, continua a essere l’esempio perfetto di come il prestigio televisivo si costruisca anche sulla scarsità programmata.

Ma è proprio questa prevedibilità a sollevare dubbi. *The Pitt*, definito come un ritorno ai fasti di *ER*, viene celebrato per aver recuperato la struttura episodica settimanale – una scelta che suona più nostalgica che rivoluzionaria. La televisione sta davvero progredendo o stiamo solo applaudendo chi riesce a riprodurre formule collaudate con budget più alti?

Nathan Fielder e l’avanguardia incomprensibile

La presenza di *The Rehearsal* nella lista merita un discorso a parte. Poniewozik la descrive partendo da una premessa – i copiloti che non osano contraddire i piloti – che suona già di per sé come una parodia involontaria del tipo di televisione cerebralmente contorta che i critici amano elevare a capolavoro. Nathan Fielder è indubbiamente un talento originale, ma quando una serie richiede paragrafi di spiegazione solo per far capire di cosa parla, forse il problema non è solo dello spettatore disattento.

C’è un sospetto che aleggia: quella che viene definita “audacia” non è spesso solo confusione vestita bene? E il fatto che *The Rehearsal* non sia nemmeno distribuita in Italia aggiunge un ulteriore livello di frustrazione: stiamo leggendo l’elogio di qualcosa che non possiamo verificare.

L’anime conquista (finalmente) rispetto

Più interessante è la presenza massiccia dell’animazione nella selezione internazionale di Hale. *Asura*, *DanDaDan*, *Kiff* – tre serie animate profondamente diverse che finalmente vengono trattate con la stessa serietà riservata al live-action. *DanDaDan* in particolare rappresenta il tipo di energia narrativa che manca a molte produzioni occidentali, con il suo “quoziente di godimento cinetico” che è un modo elegante per dire: questa serie è tremendamente divertente da guardare.

La scelta di *Kiff*, una serie per bambini su una scoiattola antropomorfa, è quasi rivoluzionaria nel contesto di queste classifiche solitamente seriosissime. È un riconoscimento che l’eccellenza narrativa non ha un pubblico target predefinito.

L’Italia vista da lontano

Le due produzioni italiane selezionate – *M – Il figlio del secolo* ed *Esterno Notte* – sono scelte che parlano più del mercato americano che della qualità intrinseca. *M* viene descritta come una “fantasmagoria cupamente comica”, una definizione che tradisce un certo imbarazzo: come si valuta una serie che caricaturizza il fascismo? Il rischio dell’estetizzazione del male è sempre in agguato, e Hale lo avverte quando parla di “duro monito presentato come vivido intrattenimento”.

*Esterno Notte*, arrivata negli Stati Uniti con tre anni di ritardo, beneficia della distanza temporale e geografica. Bellocchio è un autore che il pubblico americano colto è abituato a rispettare, e la serie sul caso Moro arriva con tutte le credenziali del cinema d’autore europeo. Ma quanti, anche tra i lettori del *Times*, l’hanno effettivamente vista?

Il paradosso dello streaming

Ciò che emerge con chiarezza da queste liste è il paradosso fondamentale dell’era streaming: non è mai esistita tanta televisione di qualità, eppure è sempre più difficile stabilire una conversazione culturale comune. *The Pitt* e *Scissione* vengono presentate come rivali, ma quanti spettatori seguono davvero entrambe? La frammentazione è tale che ogni “migliore serie dell’anno” rischia di essere la migliore serie che nessuno ha visto.

E allora viene da chiedersi: a chi servono queste classifiche? Ai lettori che cercano consigli, o ai critici che tentano di imporre un ordine a un caos sempre meno governabile? Il *New York Times* mantiene la sua autorevolezza, ma l’autorevolezza, nell’epoca della coda lunga, è una moneta che si svaluta rapidamente.

Le migliori serie del 2025 esistono, probabilmente. Ma sono davvero queste? O sono semplicemente quelle che due critici, per quanto preparati, sono riusciti a vedere, metabolizzare e ricordare in tempo per la deadline di dicembre?​​​​​​​​​​​​​​​​

CONDIVIDI SU

[wpzoom_social_icons id="12577"]