di Redazione · Aprile 16, 2026
Consiglio di lettura
Leggendo Le dieci parole tradite di Venanzio Postiglione, ci si rende conto che il libro non parla di linguistica. Parla di noi. Di quello che siamo diventati e di quello che abbiamo lasciato andare senza accorgercene, una parola alla volta, come si perde una moneta con un buco in tasca.
Postiglione, vicedirettore del Corriere della Sera, ha fatto una cosa apparentemente semplice e in realtà assai difficile: ha preso dieci parole fondative della nostra civiltà — democrazia, felicità, fraternità, libertà, misura, pace, parità, pianeta, talento, verità — e le ha riportate all’origine. L’etimologia, i greci, i romani, i filosofi che quelle parole le hanno forgiata sul fuoco del pensiero. E poi il confronto col presente. Implacabile, documentato, senza la compiacenza del catastrofista né la superficialità del moralista.
Il risultato è un libro che ha la forma del saggio ma il passo della narrativa civile. Si legge come si legge un pamphlet onesto: con crescente disagio e crescente gratitudine.
Prendiamo la democrazia, che è la prima parola e forse la più urgente. Postiglione ricorda che i greci distinguevano quattro diverse declinazioni del “popolo”: laos, la gente comune; ethnos, il gruppo identitario; ochlos, la massa informe — quella che i demagoghi convocano quando hanno bisogno di rumore; e demos, il corpo civico che condivide regole e valori. La democrazia moderna, quella liberale e rappresentativa che ha prodotto il periodo di pace più lungo della storia occidentale, è fondata sul demos. Il populismo contemporaneo, quello che prospera in ogni latitudine e di ogni colore, convoca sistematicamente l’ochlos. Non è una questione di parole. È una questione di quale idea di politica si intende praticare.
O prendiamo la misura, che è la parola che Postiglione sente più sua e che tratta con la delicatezza di chi sa che il concetto è scivoloso. La misura non è mediocrità — è l’aurea mediocritas di Orazio, il medèn àgan inciso sul frontone di Delfi, “nulla di troppo”. È la virtù di chi conosce i propri limiti non per rassegnarsi ma per non distruggersi. In un’epoca in cui la politica premia l’eccesso, il grido, la promessa impossibile, la misura sembra una debolezza. Postiglione dimostra che è invece una forma di coraggio. Il coraggio di essere sobri quando tutto intorno ti chiede di gridare.
La forza del libro è nella diagnosi. Postiglione non si limita a constatare il tradimento delle parole — ne traccia la genealogia, individua i responsabili, nomina i meccanismi. La democrazia è diventata illiberale perché abbiamo smesso di difendere le istituzioni quando non ci conveniva. La verità è sommersa dalle falsità perché abbiamo rinunciato all’idea stessa che la verità esista e valga la pena cercarla. La fraternità è sparita anche dai sogni perché abbiamo trasformato il cittadino in consumatore e il consumatore non ha fratelli, ha concorrenti.
Tutto questo Postiglione lo scrive con la misura — appunto — di chi ha passato quarant’anni a osservare la politica e le società senza perdere né l’indignazione né il metodo. Non è un libro arrabbiato. È un libro preoccupato. La differenza è importante: la rabbia finisce, la preoccupazione si trasforma in impegno.
C’è qualcosa che si potrebbe obiettare. Il libro è ambizioso nel perimetro — dieci parole è molto, e alcune trattazioni soffrono inevitabilmente di una certa brevità — e a tratti il passo si fa più didattico che saggistico. Ma è un’obiezione minore davanti a un’operazione culturale che ha il merito raro di parlare di cose difficili in modo accessibile senza banalizzarle. Postiglione scrive per i lettori del Corriere — persone adulte, informate, che non hanno bisogno di spiegazioni per bambini — e si vede. La prosa è nitida, le citazioni sono giuste, il ragionamento tiene.
Si potrebbe usare una delle sue dieci parole per descrivere questo libro. Non democrazia, non pace, non talento. Misura. Postiglione ha scritto un libro misurato su un’epoca che di misura ne ha pochissima. È già, di per sé, un atto politico.
Venanzio Postiglione, Le dieci parole tradite. Come abbiamo smarrito le radici della nostra civiltà: dalla democrazia al talento. Solferino, 2025.




