Le riserve della Repubblica….di Vicenza

di Arrigo Abalti · Aprile 30, 2025

Quanti talenti ai margini di una città che non vuole cambiare

 

Ci sono, esistono, pensano. A volte parlano, più spesso sussurrano. Le chiamano “riserve della Repubblica”, espressione che evoca una nobile funzione costituzionale ma che, nel concreto della provincia italiana, si traduce in un esercito di fantasmi, epperò influenti eccome. Competenze inascoltate, talenti inespressi, energie civiche relegate ai margini del dibattito pubblico. E Vicenza, la nostra bellissima città palladiana, non fa eccezione. Anzi.

Mentre scriviamo queste righe, la città del Palladio continua la sua danza immobile, come un raffinato balletto barocco dove i protagonisti sono sempre gli stessi e le coreografie non cambiano mai. Una città dove le “riserve” restano tali: figure a bordo campo che osservano il gioco ma non vengono mai chiamate a giocare la partita. E intanto il tempo passa, le opportunità sfumano, la città invecchia senza rinnovarsi.

Chi sono queste riserve vicentine? Sono gli intellettuali non allineati, gli imprenditori visionari che non fanno parte dei soliti circoli, i professionisti che hanno osato sfidare logiche consolidate, i giovani rientrati dall’estero con idee rivoluzionarie. Un patrimonio di competenze che farebbe la fortuna di qualsiasi comunità che sapesse valorizzarlo. Ma a Vicenza no. Qui si preferisce l’usato sicuro, il già visto, il già sentito. O il nuovo per il nuovo. Che quasi sempre delude alla prova dei fatti. Per i dettagli citofonare alla Giunta Possamai.

Prendiamo il caso emblematico della sfida climatica. Mentre altre città europee di dimensioni simili si trasformano con progetti di adattamento e mitigazione all’avanguardia, Vicenza ancora naviga a vista. Quanti piani concreti sono stati proposti da urbanisti e ambientalisti vicentini di valore? Quanti di questi sono stati anche solo ascoltati? Pochissimi. Mentre le “riserve” propongono modelli innovativi di resilienza urbana, ispirati alle migliori esperienze europee, la città preferisce l’annuncio, la prossima emergenza piuttosto che ripensarsi strutturalmente.

O pensiamo al sistema culturale cittadino. Vicenza ha un patrimonio artistico che il mondo ci invidia, eppure la sua proposta culturale resta provinciale, autoreferenziale. Come organizzare la sagra del broccolo fiolaro nei giardini di Versailles.  Nel frattempo, decine di operatori culturali, curatori, artisti vicentini di caratura internazionale vengono sistematicamente ignorati. Preferiscono chiamarli per conferenze a Milano, Berlino o Londra piuttosto che nella loro città d’origine.

E che dire del sistema produttivo? Il distretto orafo vicentino, un tempo avanguardia mondiale, oggi si trova nella sfida della competizione globale. Non per mancanza di idee – ci sono designer e imprenditori che potrebbero rivoluzionare il settore – ma per la storica riluttanza a integrare visioni nuove, a rischiare percorsi inesplorati.

Il paradosso vicentino è proprio questo: una città che ha fatto la storia dell’architettura mondiale con un innovatore come Palladio non è oggi in grado di valorizzare i suoi innovatori contemporanei. E così, mentre le “riserve” attendono pazientemente di essere chiamate in campo, Vicenza perde terreno, opportunità, futuro.

Perché succede tutto questo? La risposta è dolorosamente semplice: il potere a Vicenza – quello vero, non quello formale – è gestito da cerchie ristrette che si autoalimentano e si autoriproducono. Un sistema di cooptazione che scambia fedeltà per competenza, appartenenza per merito. Le “riserve” sono tali perché non fanno parte di questo sistema, non ne accettano le regole, o semplicemente perché portano idee che potrebbero scompaginarlo.

Il risultato? Una città che non riesce a esprimere il suo potenziale, che vive all’ombra di se stessa, che confonde la conservazione con l’immobilismo. Una città dove il dibattito pubblico è asfittico, prevedibile, svuotato di autenticità.

Le “riserve della Repubblica vicentina” continuano a esistere, a pensare, a proporre. Lo fanno nei pochi spazi di discussione libera, nei cenacoli culturali alternativi, nelle iniziative che nascono dal basso. Ma finché la città non capirà che la sua salvezza sta proprio in questo patrimonio inespresso, Vicenza continuerà a recitare il copione di sempre: quello di una splendida città-museo incapace di scrivere nuove pagine della sua storia.

E non è solo Vicenza a rimetterci. Siamo tutti noi cittadini a pagare il prezzo di questa miopia. Perché quando le “riserve” restano tali, è l’intera comunità che perde. Perde innovazione, perde slancio, perde futuro. Ed è un lusso che, nell’Italia del 2025, nessuna città può più permettersi. Nemmeno la splendida Vicenza del Palladio.

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