L’Italia che non discute più

di Redazione · Ottobre 5, 2025

Secondo l’Istat non calano solo i voti, ma anche le parole. Sempre meno italiani si informano, leggono, discutono. E quando la politica smette di essere conversazione, la democrazia si svuota

 

C’è un’Italia che non va più a votare, ma ce n’è un’altra — forse più inquietante — che non parla più di politica. È quella che non accende il telegiornale, non legge i giornali, non discute. Un Paese muto, dove il silenzio è diventato abitudine e l’indifferenza un anestetico civile. L’Istat lo dice chiaramente: tra il 2003 e il 2024 è crollata non solo la partecipazione elettorale (dal 93 al 63 per cento), ma anche quella invisibile, fatta di informazione e confronto. Vent’anni fa il 66 per cento degli uomini e il 48 delle donne si informava regolarmente di politica. Oggi i numeri scendono per tutti, e la distanza di genere si riduce solo perché a disinteressarsi ormai sono in molti. Il dato più allarmante riguarda i giovani: appena uno su tre tra i 18 e i 24 anni segue la politica almeno una volta a settimana, e tra i giovanissimi (14-17 anni) il numero si dimezza ancora. È il segno di una generazione cresciuta senza la politica come linguaggio, e senza adulti che la insegnassero.

Conta il titolo di studio, conta il lavoro: tra i laureati l’11 per cento non si informa mai, tra chi ha solo la terza media il 41. Più ci si sente parte di qualcosa, più si vuole capire chi la governa. Ma chi vive ai margini non ha più voglia di ascoltare promesse. Nel Mezzogiorno la distanza si allarga: nel Nord si informa di politica più del 50 per cento della popolazione, nel Sud appena il 40. E nelle regioni dove la politica dovrebbe essere riscatto — Campania, Sicilia, Calabria — è diventata delusione. Cambiano anche i canali. La televisione resta il mezzo principale, ma cala. I quotidiani si dimezzano. Internet cresce, ma non genera discussione: alimenta sfoghi, non idee. È la politica degli algoritmi, non dei programmi. Dietro tutto questo c’è un dato culturale: il 63 per cento degli italiani che non si informano lo fa per disinteresse, il 23 per sfiducia. Una resa silenziosa, che dice più di mille sondaggi.

La politica non interessa più, perché non convince più. E non convince, perché non ascolta. Eppure, proprio mentre cala l’interesse, tra poche settimane — il 23 e 24 novembre — i veneti torneranno alle urne per eleggere il nuovo Consiglio regionale. Una prova di maturità democratica in una regione dove la partecipazione resta alta solo nei grafici delle statistiche, ma sempre più fragile nella realtà.

Chi governerà il Veneto nei prossimi anni erediterà non solo un bilancio, ma un vuoto: quello tra cittadini che non credono più di contare e una politica che non prova più a convincerli. Si parla da anni di distanza tra “paese reale” e “paese legale”. Ma la verità è che nel mezzo c’è un deserto: fatto di cittadini che non credono più che la politica serva a qualcosa e di politici che non si accorgono di aver perso il popolo. Che fare? Non bastano riforme o appelli. Servono partiti che tornino comunità: luoghi di confronto, non comitati elettorali; idee, non hashtag. Serve una scuola che formi cittadini, non solo studenti. E serve far capire ai più giovani che la democrazia non è una notifica da ignorare.

Perché, come ricordava un antico monito: “Se tu non ti occupi di politica, prima o poi la politica si occuperà di te.”

E quando succede, non è mai un bel momento per accorgersene.

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