di Redazione · Luglio 9, 2025
di Nicolò Stefano Aldighieri
Ieri mattina a Vicenza si è consumato l’ennesimo atto di una protesta emblematicamente “da show”. Attivisti No‑TAV hanno trasformato il bosco di Ca’ Alte e Lanerossi—un polmone verde urbano—nel set di una resistenza simbolica: barricate improvvisate, presidi notturni, piattaforme sugli alberi, persino una bambina incatenata ai cancelli. I manifestanti si opponevano alla realizzazione di una strada di servizio legata al cantiere dell’Alta Velocità. La polizia, con idranti e blindati, li ha sgombrati all’alba, mettendo fine all’occupazione.
Ma ciò che preme davvero non è la cronaca di una giornata di tensione, bensì un quesito più ampio: cosa sta diventando l’Italia? Quel bosco era simbolo di una resistenza emotiva, perfetta per la rete e i social, ma totalmente inadatta a un dibattito serio sulle infrastrutture. E questa contraddizione rappresenta una tendenza culturale che va oltre il singolo cantiere.
Da almeno trent’anni l’Italia ha perso il coraggio di decidere. Abbiamo il talento di dire no in nome del principio di precauzione, ma spesso in realtà è la paura a guidarci. È successo con il referendum sul nucleare. Era il 2011, l’anno di Fukushima: la paura di un disastro ambientale spinse l’Italia, per la seconda volta dopo il 1987, a dire no all’energia atomica. Un no emotivo, non tecnico. Un no dettato dal panico, non dalla strategia. Eppure, quello fu il bivio, mentre altri Paesi europei—Francia, Finlandia, perfino l’Ungheria—mantenevano o rilanciavano i propri programmi nucleari, noi abbiamo preferito affidarci al gas e al mercato estero.
Oggi, a distanza di anni, vediamo il prezzo di quella scelta: dipendenza strutturale dagli altri, bollette insostenibili, competitività industriale in calo, e non era imprevedibile. Le tensioni in Medio Oriente, prima, e la guerra russo-ucraina, poi, hanno dimostrato quanto fragile sia un Paese senza una propria autonomia energetica. E l’Italia, purtroppo, è tra i più esposti. Una scelta fatta sull’onda dell’emotività ha compromesso la nostra capacità di affrontare le crisi del presente. È questo il problema: quando si dice sempre no, prima o poi si resta senza strumenti.
Eppure, non è sempre stato così. Nel dopoguerra, durante il boom economico, l’Italia sapeva fare. Realizzava ponti, acquedotti, autostrade, rigenerava le città. Metteva in moto risorse, visioni, infrastrutture moderne. E nasceva ENI, con Enrico Mattei, un’impresa simbolo di un’energia che poteva farci diventare una potenza mondiale. Sì, in quegli anni si sono commessi errori: cementificazione eccessiva, edifici senza regole. Ma oggi quegli eccessi li guardiamo con consapevolezza. Eppure il dibattito sembra essersi fermato proprio lì: tra il rimpianto dell’opera senza alcuna riflessione e l’ambientalismo ideologico che vede nell’azione un pericolo di per sé. Così si rinvia anche dove servirebbe agire.
In questo campo minato si consumano riforme mancate—istituzionali, economiche, politiche—come se ogni passo richiedesse una barricata a tutela del consenso. E il risultato è un’Italia che si piega su se stessa.
Oggi, finalmente, vediamo qualche spiraglio: il Governo Meloni ha posto mano a vere riforme, sia istituzionali che in materie tecniche come il già citato, nucleare. Ma non basta: serve cambiare cultura. Servono meno regole inutili e più visione. Più Stato strumento, meno Stato iperregolatore, perché non è accettabile come qualcuno vorrebbe in Europa e non solo, misurare il diametro dei cavi di ricarica del telefono, mentre mancano autostrade, difesa, reti energetiche e digitali. A pagarne il prezzo, alla lunga, sono anche quei diritti sociali che tanto spesso si invocano, perché non può esistere una tutela effettiva dei diritti senza benessere, e non può esserci benessere senza crescita. Chi predica la redistribuzione dimentica troppo spesso che per dividere qualcosa, prima bisogna averla creata. Se abbiamo una torta, possiamo spartirla in mille modi, ma sempre una sola resta. Se vogliamo garantire più giustizia, più opportunità, più equità, la domanda vera non è come dividere meglio, ma come produrre di più. Servono più torte, non solo spartizioni più accorte, questo richiede lavoro, investimenti, innovazione, infrastrutture. In una parola: sviluppo.
Seneca ci ricorda: “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare.” Oggi abbiamo il vento—risorse, fondi, capacità e talenti, —ma non abbiamo rotta. Continuiamo a discutere del dilemma tra bosco e cantiere, mentre il futuro si costruisce con scelte consapevoli, lavoro e visione.
Servirebbe uno Stato che non sia zavorra, ma leva di crescita: pronto a intervenire dove serve, e lontano dove ostacola. Una cultura del fare, non dell’immobilismo. Un Paese non può permettersi di dire “no” a tutto e poi stupirsi se rimaniamo indietro.




