“NON IO”: LA LEZIONE DEL CARDINALE PAROLIN ALLA POLITICA

di Redazione · Maggio 12, 2025

di Nicolò Stefano Aldighieri

Ci sono momenti in cui la storia si fa non per ciò che si conquista, ma per ciò a cui si rinuncia. Il conclave appena concluso è stato uno di questi. E la figura del Cardinale Pietro Parolin – per molti anni tra i più autorevoli servitori della Chiesa – lo dimostra con chiarezza.

Non si è trattato di un’assenza, ma di una scelta. Non di un silenzio imposto, ma di un gesto lucido, meditato, profondamente politico, nel senso più alto del termine. Parolin, pur sapendo di avere un peso determinante nelle prime votazioni e un’aspettativa pubblica non indifferente, ha fatto un passo indietro. E da quel che trapela, lo ha fatto per favorire una convergenza rapida e ordinata sul nome del Cardinale Robert Francis Prevost, oggi Papa Leone XIV. Per dare alla Chiesa, ai fedeli, un Pastore.

Viviamo in una stagione in cui ogni spazio, ogni ruolo, ogni spiraglio viene riempito dall’ambizione di esserci, apparire, contare. La logica dominante è quella dell’accumulo: di potere, di visibilità, di influenza. Anche – e forse soprattutto – in politica. Ed ecco la grande lezione: il potere non è un diritto, è una responsabilità. E la responsabilità non è solo governare, ma anche sapere quando farsi da parte. Per questo il gesto del Cardinale Parolin ci appare oggi così anacronistico. E proprio per questo, così necessario.

Per chi, come noi, ha scelto la strada dell’impegno pubblico, questa storia non è lontana. È uno specchio. Perché la politica – quella vera – non è mai solo esercizio di forza. È soprattutto capacità di discernimento. È lettura dei tempi. È misura, pazienza, coraggio. E, sì, a volte anche rinuncia. Non è facile. Nessuno dice che lo sia. Ma se vogliamo davvero una politica che torni ad avere dignità, dobbiamo cominciare a chiederci non solo cosa vogliamo fare, ma perché lo vogliamo. Non solo dove vogliamo arrivare, ma chi siamo disposti a essere per arrivarci.

Il gesto di Parolin parla dunque a noi. A chi governa, a chi aspira a farlo, a chi forma le classi dirigenti. Ci ricorda che l’ambizione senza misura è sterile. Che la leadership autentica è quella che si mette al servizio, non quella che si aggrappa al ruolo. E che, sì, si può costruire un futuro anche facendo un passo indietro. Quando è il momento giusto, per le ragioni giuste, davanti agli occhi di chi non aspetta eroi, ma testimoni.

In un tempo in cui si confonde la mitezza con l’irrilevanza, il gesto del Cardinale Parolin ci ricorda che proprio chi è mite possiede la forza più rara: quella di dominare sé stesso. Perché essere miti non significa ritirarsi dalla scena, ma scegliere come e quando agire. È la fermezza silenziosa, quella che non ha bisogno di affermarsi per esistere. È dire “non io”, non per paura, ma per amore.

Come ha ricordato John McCain, “la mitezza è spesso più potente dell’arroganza, e il vero coraggio si mostra nella pazienza, non nella prepotenza.”

E se la politica vuole tornare a parlare al cuore delle persone, dovrà imparare – da chi serve davvero – che la grandezza non si misura nell’impatto mediatico, ma nella libertà interiore.

Grazie, Cardinale Parolin. Il suo esempio resterà. Forse nel silenzio. Ma incancellabile.

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