di Arrigo Abalti · Giugno 5, 2025
Confindustria Vicenza ha bisogno di discontinuità per riformarsi e di ripensarsi. Barbara Beltrame potrebbe farlo.
Leggendo l’intervista pubblicata sul Giornale di Vicenza, c’è qualcosa di già visto nel fatto che Barbara Beltrame Giacomello, neo-presidente di Confindustria Vicenza, punti molto su università e formazione. Gira che ti rigira, almeno una certezza c’è: anche Laura Dalla Vecchia, che le ha appena passato il testimone, aveva fatto del rapporto con l’università il suo cavallo di battaglia all’atto dell’insediamento. Insomma, meglio non chiamarlo “mantra ricorrente”, quantomeno per ragioni di cortesia istituzionale, ma ci siamo capiti.
E ridendo e scherzando sono passati gli anni di Dalla Vecchia con lo IUAV a Vicenza che è diventato realtà, ma non certo grazie agli investimenti confindustriali. È stata la politica a fare la differenza, con risorse pubbliche e visione strategica, mentre l’associazione degli industriali si limitava a modeste dosi di partecipazione e numerose omelie. Un dettaglio non da poco, che Beltrame non dovrebbe dimenticare quando parla di università.
Però c’è una differenza non sensibile tra chi riconosce i fatti e chi preferisce l’autocompiacimento: quando Beltrame evita accuratamente di parlare del rapporto con la politica, beh questo è un dato molto severo su cui riflettere. Così come non dice una parola sul fatto che in questi anni Confindustria di Vicenza è stata esclusa dal salotto buono degli imprenditori italiani, quello di via dell’Astronomia a Roma, dove Vicenza in passato ha sempre avuto spazi e ruoli. Eppure lei lo conosce bene quel palazzo, avendoci lavorato come vice nazionale ai tempi di Luciano Vescovi.
Sia pur comprensibilmente, l’intervista sul Giornale di Vicenza evita tutti i nodi che contano: il senso di un sindacato degli imprenditori che, come quelli dei lavoratori, è diventato più centro di potere che organizzazione al servizio degli associati, non sarebbe ora di fare un upgrade? Aprire una riflessione seria su cosa serva davvero agli associati? Su cosa serva al territorio? La sostenibilità viene citata come un mantra, la competitività evocata come una formula magica, la formazione brandita come una bacchetta che risolve tutto.
E qui, però, col senno di poi, occorre introdurre una distinzione tra chi ha davvero le carte in regola per fare la differenza e chi si limita a ripetere formule già sentite. Barbara Beltrame potrebbe essere diversa: ha l’età giusta, il genere che può portare una ventata di novità, e un blasone di famiglia che certo non guasta. Ma solo se riuscirà a riformare un sistema che si è sempre più avvitato nella sua autoreferenzialità e sembra non essersene ancora reso conto.
Va detto che mica è facile. C’è un’inerzia consolidata in queste organizzazioni, c’è una tendenza a perpetuare se stesse più che a servire chi rappresentano. Ma c’è anche l’opportunità di fare sul serio, di trasformare Confindustria Vicenza da megafono di sè stessa a strumento di sviluppo territoriale concreto. Ma c’è anche quel silenzio sulla demografia che preoccupa – come si può parlare di sviluppo territoriale ignorando che tra vent’anni il Veneto avrà una popolazione attiva dimezzata? – e quella tendenza confindustriale a celebrare gli “80 anni dalla fondazione” come se fosse un risultato di per sé.
E poiché in Italia tutto si ripete, anche questa intervista riecheggia il mito della continuità mascherata da innovazione. Il problema è che stavolta le aspettative sono diverse: c’è chi spera che Beltrame sappia rompere davvero con il passato, che smantelli quella macchina autoreferenziale fatta di celebrazioni, anniversari e partecipazioni incrociate che poco hanno a che fare con il sostegno alle imprese.
Ora è senso comune dire che le organizzazioni di rappresentanza sono in crisi, partiti, sindacati e associazioni di categoria hanno tutti lo stesso problema, hanno perso mordente e credibilità, tutto vero, però nemmeno l’autoreferenzialità confindustriale è estranea al racconto del declino. I segnali di un distacco crescente tra vertici e base associativa sono visibili, sennò l’astensionismo dalle assemblee non si spiegherebbe.
Sia come sia, a Vicenza, sempre più ai margini dei giochi che contano, rimane una possibilità: che qualcuno abbia il coraggio di dire che il re è nudo, che questo sistema di rappresentanza ha fatto il suo tempo. In fondo potremmo dire che Barbara Beltrame ha davanti a sé l’occasione di passare dalla gestione dell’esistente alla costruzione del nuovo. Effettivamente sono le sfide concrete, non le celebrazioni rituali, a richiedere una classe dirigente all’altezza. E sarebbe, finalmente, la vittoria della sostanza sull’apparenza. Anche perchè non ci sono più né le certezze di una volta, né il tempo per perdersi in chiacchiere



